Polvere, sporcizia, fame, dolore, distruzione, tunnel, crudeltà. Zero speranza, rinascita, bellezza, ideali. Quasi zero amore. Bambini che nascono già suPolvere, sporcizia, fame, dolore, distruzione, tunnel, crudeltà. Zero speranza, rinascita, bellezza, ideali. Quasi zero amore. Bambini che nascono già sul punto di morire e, se per caso sopravvivono, non hanno niente di quello che i bambini dovrebbero avere. Uomini che hanno visto e subito di tutto e quindi ritengono di potersi ripagare facendo subire di tutto alle donne. Altri uomini che pagano con morti atroci il loro coraggio. Donne che hanno lasciato giovinezza, bellezza e speranza in un buco scavato sotto qualche palazzo. Bambini che nessuno vuole. Pochissimo futuro e un passato che qualcuno cercherà poi disperatamente di ricostruire.
Signori: la guerra.
E, senza che questo scalfisca di un millimetro l’orrore per un genocidio che accade nel ventunesimo secolo, e lo schifo per chi lo sta commettendo, in quello che succede nei nostri giorni non c’è proprio niente di nuovo, tutto è già stato fatto, su scala più o meno grande, tante e tante volte (leggete pag. 91, se avete ancora un dubbio). Il peggio - ma forse no, non è questo il peggio - è che le vittime della strage appartengono fatalmente alle categorie dei deboli e degli sconfitti, per cui di loro si parla poco o niente, non finiranno nei libri di storia. Dei civili tedeschi morti nei sotterranei, dei loro figli casualmente salvi ma condannati per tutta la vita a guardare indietro cercando persone e cose che non possono più trovare, non si parla.
L’altro tema del libro è, quindi, la ricerca del passato, attività di cui personalmente stento a capire il motivo. Dico meglio: per quanto mi riguarda, non avendo io mai sentito un vuoto nella mia piccola storia, non sento il bisogno di frugare nel passato. Di quello che è accaduto alla generazione che mi ha preceduto (la guerra, la paura, lo sfollamento, così come altre vicende più private che riguardano la famiglia) mi ha parlato diffusamente mia madre fin da quando avevo cinque o sei anni. C’era altro da sapere? Forse no, perché la nostra è una piccola storia normale di persone normali. Forse sì, perché tutto può essere, ma non voglio cercare di conoscere quello che non mi è stato raccontato. Non è la mia vita, non penso di averne il diritto, e - onestamente - non mi interessa così tanto. Si chiama passato, e lo considero come tale. È troppo vincolante. La frase di Brodskij, sulla memoria che dirige i nostri movimenti, non la sento mia. Capisco, però, la smania di ricerca da parte di chi dietro ha il vuoto, avendo perso in due giorni di bombardamenti tutti coloro che conosce, i documenti di famiglia, le carte dell’anagrafe, diari, disegni, fotografie, tutto.
È un libro bello e triste (per me, forse un po’ più triste che bello, perché è veramente molto triste). Ha il pregio di raccontare una storia che, in qualche modo, conosciamo o dovremmo conoscere (se i programmi scolastici non si incancrenissero sui fenici e sugli etruschi - per carità, bravissime persone - e magari dessero un’occhiata anche a fatti avvenuti quando alcune delle persone che sono al mondo oggi erano già al mondo, o almeno lo erano i loro genitori), ma da un’angolazione che non conosciamo affatto. Ci dice che anche noi che (forse) abbiamo vinto la guerra siamo stati cattivi e spietati come cattivi e spietati erano quelli che l’hanno sicuramente persa. ...more
carino, personaggi piacevoli (è inverosimile, però, il bambino di due anni che ha il vocabolario e la capacità di ragionamento di uno di otto o dieci)carino, personaggi piacevoli (è inverosimile, però, il bambino di due anni che ha il vocabolario e la capacità di ragionamento di uno di otto o dieci), storia discreta. Si lascia leggere....more
Ho corteggiato per mesi questo libro, rinviandone l’acquisto perché ne avevo altri già lì in attesa, ma prendendolo invariabilmente in mano e leggendoHo corteggiato per mesi questo libro, rinviandone l’acquisto perché ne avevo altri già lì in attesa, ma prendendolo invariabilmente in mano e leggendone una mezza pagina ogni volta che andavo in libreria a curiosare. L’imbarco della Sfinge sul volo per Shangai, l’incontro fra la tranquillità meticolosa del suo accompagnatore e la curiosità un po’ isterica di chi - addetto all’aeroporto, passeggero o funzionario governativo - assiste per la prima e probabilmente unica volta nella vita al trasporto di un’opera d’arte tanto ipertrofica quanto delicata mi hanno affascinata dal primo momento. Hanno concorso al fascino anche l’attrazione istintiva ed inspiegabile che provo per l’estremo oriente, e l’immagine in copertina (penso che nessuno al mondo applichi il principio di non giudicare un libro dalla copertina, certamente non lo applico io), la fotografia in bianco e nero elegante e bellissima che riprende in un unico colpo d’occhio una poltrona vuota in una stanza affacciata su un panorama urbano affollato di grattacieli che non ho riconosciuto, forse New York, forse Chicago. Infine, la metafora dell’acquisto del cofanetto e della restituzione delle perle ha annullato ogni mia remora residua e sono rimasta sepolta dal fascino discreto della sfinge e del suo accompagnatore schivo e sensibile. Tutto questo per dire che, quando finalmente l’ho comprato, ho letto questo libro sotto l’influenza di un pregiudizio positivo insuperabile. Pregiudizio che il libro ha poi giustificato, per questa sua capacità di portare il lettore dietro le quinte (di un volo, di un’esposizione al museo, di una città), di fargli scoprire che cosa succede quando una mostra viene allestita, o quando si chiude, comunque quando la maggior parte delle persone sono altrove, sempre con calma, senza esasperazioni inutili, e però con partecipazione, senza freddezza. Le vicende personali di Matteo Lesables, uomo che trattiene i cofanetti, si incrociano con quelle della sua vita in perenne movimento (sottoscrivo con il sangue la frase “la felicità a questo mondo esiste di rado senza allontanarsi da casa”), quindi fatta di centinaia di incontri lampo di cui lui fa tesoro, per esempio, per imparare a cucinare cibi di tutto il mondo; il ricordo della donna della sua vita, di come la loro storia è nata e si è conclusa, si lega a quello delle cartoline che le ha inviato e anche di quelle che non le ha inviato; il suo lavoro di custode del tempo, e degli oggetti che il tempo ha lasciato, coesiste serenamente con la sua propensione a vivere nel presente; la sua personalità, che si pone agli antipodi della faciloneria, non esclude la disponibilità a lasciarsi trascinare in un’avventura, sentimentale o no. In ogni caso, lui ha sempre compiuto “gesti reversibili, viaggi brevi e nessun trasferimento”. Matteo Lesables è un uomo che mi piace, per come passa sulla vita leggermente, sfiorandola appena. Ha la capacità di accettare il fatto che la vita non possa donare solo soddisfazioni e di riconoscere che con lui è stata comunque benevola, per cui si considera mediamente fortunato. In tutto questo, non ho capito il senso dell’incontro con l’ambiguo personaggio che gli propone di eseguire il trasporto in Europa, anomalo e di dubbia legalità (o di sicura illegalità), del seme di un fiore estinto (o piuttosto in via di estinzione, dato che ne esiste ancora un seme), da consegnare ad un botanico in Italia. Intendo dire che non ho capito se in questo incarico si dovesse leggere un significato recondito - che purtroppo non ho visto - o se fosse semplicemente l’espediente con cui lo scrittore ha offerto a Matteo la possibilità di un gesto con cui rimediare, venendo meno all’impegno preso con il magnate cinese, alla violazione di un altro impegno morale preso anni prima con la moglie. Propendo per la seconda ipotesi.
Il pregiudizio positivo di cui scrivevo sopra non mi ha impedito di notare un discreto numero di refusi che, senza il pregiudizio, avrebbero scatenato il mio malanimo, e invece in questo caso mi hanno solo fatta sorridere bonariamente. Per esempio, un personaggio deve avere un aspetto un po’ strano perché quando piega la testa il collo gli tocca il petto (negli altri esseri umani è il mento a farlo). Più avanti salta fuori un periodo della vita in cui “non andavamo a dormire mai dopo le undici e la mattina successiva non eravamo mai svegli dopo le sei” (quindi si svegliavano alle quattro o alle cinque e dopo le sei ripiombavano nel sonno?). Non è gravissimo, ma rileggersi costerebbe così poco.....more