dovendo scrivere cose sgradevoli e cose gradevoli credo sia giusto partire dalle prime. Lasciamo dulcis in fundo. COSE SGRADEVOLI: (in realtà è una cosdovendo scrivere cose sgradevoli e cose gradevoli credo sia giusto partire dalle prime. Lasciamo dulcis in fundo. COSE SGRADEVOLI: (in realtà è una cosa sola, ma conta parecchio). Se fosse stato scritto da un bambino di dodici anni, direi che è bravino, a tempo debito lo manderei al liceo e aspetterei di vedere che cosa riesce a scrivere a venti- venticinque anni. Dato che invece l'ha scritto un adulto, per giunta impegnato esclusivamente nella scrittura (non è uno che di giorno lavora in miniera e di notte, stravolto dalla fatica, scrive), e per ulteriore giunta miracolato dalla sorte, per cui fra libri, diritti cinematografici, comparsate etc. deve avere un conto corrente ipertrofico, leggere un libro di seicento pagine in cui ci saranno a dir tanto dieci frasi subordinate, e per il resto è tutto un soggetto-predicato-complemento-punto mi fa inferocire. COSE GRADEVOLI: che cosa devo dire? Con tutti i limiti della tecnica di scrittura, è un libro che ho aperto un giorno, per curiosità, ed ho chiuso tre o quattro giorni dopo senza praticamente tirare il fiato. Si capisce benissimo che non tutti sono quello che dicono di essere, ci sono situazioni talmente inverosimili che neanche il dodicenne di cui sopra le avrebbe scritte, ci sono frasi da libro harmony, e con tutto ciò non si riesce a fermarsi finché si arriva alla parola fine. Ho apprezzato perfino la sfacciataggine con cui l'autore ha scritto le inverosimiglianze più clamorose. In breve: mi sono divertita un mondo. Non è che si possa dire di qualsiasi libro...more
Fermi tutti! Un libro italiano che non gira attorno all'ombelico di qualche ragazzetto mal cresciuto e racconta una storia! C'è da restarci secchi... PFermi tutti! Un libro italiano che non gira attorno all'ombelico di qualche ragazzetto mal cresciuto e racconta una storia! C'è da restarci secchi... Per l'amor del cielo, la storia non è inedita (sulle vicissitudini di una giuria c'è un famosissimo film con Henry Fonda più un numero imprecisato di remake e probabilmente un bel po' di telefilm), ma l'approccio, con l'attenzione centrata sui giurati e non sul whodunit, è originale, la tensione non manca e lo svolgimento del processo è affrontato con un buon grado di competenza. Più di quanto si possa sperare nella maggior parte dai casi. Poi si può sempre cercare il pelo nell'uovo: è troppo lungo; è un po' grottesco che di sei giurati non ce ne sia uno con la vita moderatamente incasinata (l'hanno tutti da molto a spaventosamente incasinata); è poco verosimile che tutti abbiano nel loro remoto passato un qualcosa che li lega ad un altro giurato (uno che faceva l'infermiere ha salvato una neonata che venticinque anni dopo fa parte della giuria; un altro è figlio di uno che tempo addietro aveva una relazione con un'altra giurata, e così via); è ancora meno verosimile che fra persone così diverse - oltre che incasinate - si creino dei rapporti personali, che tra l'altro non so quanto sarebbero tollerati dai giudici togati. Però, avercene....more
(non è neanche malaccio, con le descrizioni della Catalogna francese, delle cittadine nella calura, della crisi - affrontata un po’ anche i lettori…..
(non è neanche malaccio, con le descrizioni della Catalogna francese, delle cittadine nella calura, della crisi - affrontata con intelligenza e sensibilità - del rapporto del protagonista con la moglie, ma è pieno di ripetizioni e di dialoghi vuoti. Senza contare che l’indizio per trovare l’assassino è lì, plateale, a metà del libro e la polizia ci mette un secolo a capirlo, e se lui non fosse stato un criminale totalmente fuori di testa poteva andare a finire molto male)...more
alla fine ho letto la postfazione di Daria Bignardi, piena di affettuoso rimpianto per l'autrice, che se n'è andata troppo presto, e mi è dispiaciuto alla fine ho letto la postfazione di Daria Bignardi, piena di affettuoso rimpianto per l'autrice, che se n'è andata troppo presto, e mi è dispiaciuto quello che ho pensato di questo libro. Ma l'ho pensato e lo penso: questa riunione fra persone molto adulte, che sono state molto legate nella loro gioventù sessantottina e si sono perse per anni (tantissimi, se ho capito bene) è il manifesto dell'inutilità. E sarebbe un peccato veniale, se i personaggi non fossero irrimediabilmente detestabili, tutti a lamentarsi di un mondo che si ostina a non corrispondere alle loro aspettative ("Era un'Italia terribile, quella, tragica, al sud si moriva ancora di fame o di malattie infettive, ma il mondo ci era meno estraneo: oggi non si riesce più a condividere niente": frase rivelatrice di una scala di valori preoccupante, per cui è meno grave che da qualche parte si muoia di fame, se questo non impedisce che noi possiamo condividere le nostre esperienze) e a non riconoscere i loro meriti, al punto di avere costretto qualcuno a saltare il fosso ("A Milano avevo visto condannare compagni innocenti, a Roma imparai a far assolvere ricchi colpevoli"). E poi pronti a fregare qualcuno (quello che vuole trarre un libro dalla cronaca di quei giorni, rubando l'idea all'autrice; quello che se ne va portandosi via due casse di vino, dopo avere anche provato ad attribuirsi una poesia altrui), e tutti sempre insopportabilmente pronti a citare qualcuno (Noventa, il Don Giovanni, Gaber, Dostoievsky). Ammetto di provare una punta di invida per chi vive in un ambiente in cui uomini letterati dedicano a donne letterate poesie ed epigrammi, ma capisco che in quell'ambiente ci siano anche tanti aspetti che mi respingerebbero (e comunque non sono una letterata). Per cui no, mi dispiace, ma questo libro non mi è piaciuto affatto....more
Credo che quanto più un libro è fatto di pensieri – e non di fatti – tanto più sia difficile parlarne. Ogni pagina potrebbe suggerire una miriade di cCredo che quanto più un libro è fatto di pensieri – e non di fatti – tanto più sia difficile parlarne. Ogni pagina potrebbe suggerire una miriade di considerazioni, ma, nello stesso tempo, le considerazioni le ha già fatte l’autore e sarebbe assurdo esaminarle una per una, intromettendosi nel filo dei suoi ragionamenti. A maggior ragione se il libro è bello. E questo libro bello lo è, è ben scritto, privo della minima concessione al pietismo e al melodramma, spesso ironico. Tuttavia mi ha lasciato una sensazione di tristezza insuperabile. Del lungo ingresso nella morte (che non è poi lungo, rispetto a quello di chi alla morte arriva dopo anni di malattia o di decadimento, ma mi è sembrato interminabile, come tutte le esperienze negative vissute in soggettiva) mi rimane la sensazione di perdita, di beffa, di ingiustizia che viene da uno strappo improvviso. Vero che chiunque, potendo, sceglierebbe di andarsene in fretta, vivendo pienamente fino all’ultimo e poi ciao, piuttosto di passare mesi o anni fuori e dentro dagli ospedali o in un ospizio, preparando se stesso ed i familiari all’inevitabile, ma ugualmente mi pare tremenda una fine che arriva in un giorno qualunque, per un caso illogico, mentre l’agenda è piena di impegni, gli amici aspettano a cena, e una lettera mai spedita, e conservata per distrazione, aspetta di essere distrutta. Al punto che, benché l’esito ci fosse stato preannunciato fin dal momento dell’incidente, verso la fine del racconto ho condiviso con il protagonista il momento dell’ultima illogica illusione, ovviamente rivelatasi tale dopo pochi istanti. Per sottrarmi all’amarezza, mi sono segnata alcune considerazioni neutre rispetto al tema del racconto: - Hélène, convinta che la mitologia dell’adolescenza conduca al rimbambimento (condivido in pieno anche se non ho la certezza di essere esente da questa debolezza: quante volte, anche in età sicuramente adulta, si viene intrappolati da una moda, un modo di parlare o di gestire, che denunciano l’incapacità dell’anzianotto di rendersi conto della propria ridicolaggine nel riprodurli o di accettare il passare del tempo…); - il piacere del protagonista per “le piccole evasioni dalla vita di ogni giorno”, rappresentate dai momenti passati da solo in una città sconosciuta, per il piacere dell’imprevisto (condivido anche questo, ancora più fortemente: come sono belli i momenti rubati agli impegni - anche nella propria città, se non è possibile essere altrove - le mezze ore passate a leggere bevendo un caffè al bar, le passeggiate in un quartiere poco conosciuto); - la scoperta che non esistono più le mezze stagioni! Facciamo un po’ di conti: la prima edizione di questo libro risale al 1967 e già allora addio, niente più mezze stagioni: e allora quando avranno smesso di esistere, queste mezze stagioni? Sono mai esistite? - l’altra scoperta, che nello stesso anno 1967 esistevano pericolose gang di adolescenti, mentre prima di allora, nei meravigliosi tempi andati, si formavano gruppuscoli (una parola così poco minacciosa! tutt’altra cosa rispetto alle gang e alla loro trasgressione!) di ragazzetti che erano capacissimi di fare idiozie e di esercitare un’inaudita violenza sui più deboli, ma infinitamente meno cattivi – Dio mio, eravamo noi! – di quelli di oggi. Non suona conosciuto? Non è quello che TUTTE, invariabilmente tutte, le generazioni sostengono, che ai miei tempi era tutta un’altra cosa? Oggi, naturalmente, si direbbe che nel 1967 c’erano gruppuscoli di adolescenti esuberanti e giocosi, che di tanto in tanto sfidavano un ragazzetto fragile a fare un gioco mortale, scappando quando il ragazzetto, prevedibilmente, ne moriva. Niente a che fare, come si può ben vedere, con le arciviolente gang dei nostri tempi, in cui i ragazzi sono rovinati dai social, dai video giochi sparatutto, dai manga violenti, dal crack, dalle cose cui oggi si attribuisce la responsabilità di tutto, comprese le alluvioni e le tempeste solari. Dove si vede che in realtà non ci sono i nostri tempi, ci sono solo persone di una generazione che inorridiscono di quello che fa la generazione successiva, e conservano una immeritata, e comunque ridicola, tenerezza per come hanno vissuto la loro giovinezza, cancellando dalla memoria tutti gli eccessi e derubricando quello che non riescono a cancellare a sciocchezze di cui, poverini, non eravamo nemmeno del tutto consapevoli. Noi sì che avevamo dei valori, questi di adesso, invece…. È stato detto nel 1967, nel 1977, nel 2017, e sicuramente lo diranno nel 2057, tutti sinceramente convinti di essere stati giovani e belli nel momento migliore del mondo e di stare invecchiando nel suo momento peggiore. ...more
Da un libro fatto esclusivamente di mail, messaggi, post-it e solo verso la fine qualche scritto un po’ più articolato, ma neanche tanto, non ci si puDa un libro fatto esclusivamente di mail, messaggi, post-it e solo verso la fine qualche scritto un po’ più articolato, ma neanche tanto, non ci si può aspettare grande letteratura. Però è divertente, incuriosisce e ogni tanto lascia intravvedere un lampo di desolante meschinità da parte di persone che avrebbero tutti i numeri per risparmiarsi di scendere così in basso. Il colpevole era fra le righe - se lo dice l’autrice sarà vero - ma io ho avuto l’impressione che alla fine sia stato pescato un nome fra i tanti perché un libro bisogna pur concluderlo, prima o poi. Comunque, giudizio positivissimo per un libro davvero divertente....more
sì, se gli anni 60 sono considerati il decennio della creatività fuori dalle regole, della novità che si prende il mondo, è anche perchè allora si scrsì, se gli anni 60 sono considerati il decennio della creatività fuori dalle regole, della novità che si prende il mondo, è anche perchè allora si scrivevano libri così, che davano per scontato che il lettore avesse un cervello discretamente funzionante, che non avesse bisogno di egli disse ella pensò e il giorno seguente tizio e caio si incontrarono. Si raccontava - naturalmente, se si era capaci di farlo - su un ideale foglio senza righe né quadretti, si raccontava e basta. La storia risultava, per chiunque avesse un minimo di disponibilità e tre o quattro celluline grigie operative, non solo comprensibile, ma anche avvincente, accogliente, usate l'aggettivo che preferite. La cosa divertente è che questa è, in fondo, la storia della crisi di un più o meno trentenne, quindi la storia più trita che si possa immaginare nel primo quarto di secolo di questo millennio che ci ha esasperati a forza di laureati senza prospettive, non laureati senza prospettive, fidanzati senza prospettive, single senza prospettive. Si scopre che tutti loro c'erano già alla fine degli anni cinquanta (erano giovani che oggi hanno o avrebbero più o meno novantacinque anni). Si scopre soprattutto che una storia così può essere raccontata alzando lo sguardo dal proprio ombelico, parlando anche - senza prosopopea - dell'immenso mutamento della loro città, ma anche del resto d'Italia, negli anni seguiti ad una guerra passata sulle loro teste, mentre (troppo giovani, probabilmente, e comunque liberati ben prima di quanto è toccato ai settentrionali) erano al mare di Napoli, pescando cernie e saraghi con la fiocina, immersi in un'azzurrità di mare e di cielo che solo essendo lì può essere capita. Non è che il libro sia perfetto, ci sono pagine in cui il rimpianto dell'ormai cresciuto Massimo per gli anni giovanili al mare si ripete, e d'altronde lui si rende perfettamente conto che quei ragazzi allegri e scrocconi, galanti e farabutti, con cui aveva passato la giovinezza non sono destinati a niente. Uno tenterà la sorte in Venezuela, tornando scornato, un altro vivrà di espedienti lasciando conti da pagare in tutti i bar e gli alberghi di Napoli, qualcuno andrà a lavorare a Milano, magari con successo, ma perdendo ogni briciola di fascino. Lui andrà a Roma, meno altra di Milano, soprattutto meno lontana da casa, non lascerà conti da pagare ma non trasformerà mai in vita reale il sogno della ragazza giovane e bionda che compare e scompare - a volte in compagnia di un altro - dalla sua narrazione, e non si libererà mai dalla malinconia di essere cresciuto....more
do a questo libro quattro stelle, sapendo benissimo che è un voto un po' troppo benevolo, solo per gratitudine: dopo il tormento di un libro faticoso,do a questo libro quattro stelle, sapendo benissimo che è un voto un po' troppo benevolo, solo per gratitudine: dopo il tormento di un libro faticoso, noioso, ripetitivo e troppo, troppo lungo, questo detective è stata una rinascita della mia voglia di leggere e della mia capacità di divertirmi con un libro in mano. quindi, grazie mr. Horowitz. Ma attenzione, non è che, letto in un momento diverso, non mi sarebbe piaciuto. Mi sarebbe piaciuto comunque molto. Gli sceneggiatori (e Horowitz lo è, e uno dei migliori) sono diabolici: scrittura velocissima, dialoghi azzeccati, creazione dei luoghi perfetta, capacità di disseminare indizi realistici a profusione (approfondimento psicologico zero), e il povero lettore è agganciato, non riesce a mettere giù il libro fino alla parola fine. Mi sono lasciata agganciare. Inutile dire che non avevo capito il colpevole....more
come il caso può riunire persone affini come persone affini possono parlare per ore senza accorgersi del tempo che passa è talmente breve che si vorrebcome il caso può riunire persone affini come persone affini possono parlare per ore senza accorgersi del tempo che passa è talmente breve che si vorrebbe leggere di più...more
Ho trovato in questo libro alcune contraddizioni singolari (certamente volute dall’autore). Intanto, il romanzo è tutt’altro che senza umani: anzi, di Ho trovato in questo libro alcune contraddizioni singolari (certamente volute dall’autore). Intanto, il romanzo è tutt’altro che senza umani: anzi, di umani ce ne sono un bel po’, per la maggior parte riesumati da relazioni conclusesi da tempo (ammesso che si potessero considerare relazioni) e da contatti – mail, in particolare – risalenti anche a dieci anni prima e lasciati senza risposta. So di essere volgarmente, banalmente, pedissequa e piatta nelle mie considerazioni, ma non riesco a trattenermi dal fare la domanda più ovvia: PERCHÉ? Cioè, che senso ha questo tentativo di recuperare persone lasciate indietro nel corso della vita: amici, colleghi, fidanzate, tutti gli autori di mail, messaggi e tentativi di contatto rimasti senza seguito PER ANNI? Con quale speranza (e con quale diritto) uno prova a rientrare nelle vite degli altri dopo un così lungo silenzio? L’autore la spiegazione la dà: è la “paura di essere ricordato male o per niente. Come uno scomparso da vivo, uno che non è mai esistito”. Ma è solo un modo per buttare la palla avanti, perché a questo punto gli chiederei: e che ti importa di essere ricordato male o per niente da gente che tu stesso hai dimenticato? Che senso ha trasformarsi – secondo la tua stessa, felice, definizione – in un esattore di ricordi? MA IN QUESTI DIECI ANNI NON HAI FREQUENTATO, AMATO, INCONTRATO ANCHE SOLO CASUALMENTE NESSUNO? Quando avrai finito il giro delle conoscenze del passato, ne comincerai uno nuovo, alla ricerca di coloro che stai lasciando indietro in questo momento? Apro una parentesi personale: per me non c’è niente di strano, né di necessariamente doloroso, nel perdersi di vista. Le persone le incroci sulla tua strada per puro caso (i genitori vi hanno iscritti allo stesso asilo; avete comprato il biglietto per lo stesso concerto rock; eravate seduti accanto in treno o in aula; avevate amici in comune; e via con le infinite situazioni casuali che possono generare una conoscenza) e poi la strada può rimanere la stessa (sono figlia di un matrimonio felicissimo fra due ragazzi di settantacinque anni fa, capitati da città diverse ad incontrarsi su una spiaggia) oppure no. E quando si produce la seconda ipotesi non riesco a stupirmi, perché non mi sorprende che nella vita di una persona ci siano periodi che si chiudono, e i rapporti che hanno una conclusione non sono necessariamente meno importanti di quelli che proseguono per tutta la vita (anche se nel caso del nostro eroe sembrano proprio rapporti poco importanti già dalla nascita). Ma evidentemente Mauro Barbi la pensa all’opposto, così si imbarca in un viaggio verso il lago di Costanza per incontrare il suo vecchio relatore di tesi, che adesso vive là (vedo che fra coloro che hanno letto il libro prima di me molti hanno sottolineato che uno dei temi del libro è quello della fuga. Non sono del tutto d’accordo: è vero che qualsiasi cambiamento di scenario può essere letto come una fuga dal presente, ma in questo caso Mauro va a cercare di rimediare – secondo me senza alcun senso, ma questo è un altro discorso – a fughe precedenti). Ne nascono alcune delle pagine più belle del libro, in cui l’anziano professore dice, fra l’altro, che il ricordo degli ex allievi, il sentirsi dire da qualcuno di loro di essere stato una figura importante, gli dà una soddisfazione di pochi minuti, oltre i quali la sua vita prosegue come prima, scivolando verso la fine. È a Costanza che emerge l’attività del nostro, di professione storico, impigliato da tempo in un saggio – che forse non arriverà mai ad essere compiuto – sul legame fra le stagioni e la mente, suggeritogli dal lago di Costanza coperto da uno strato di ghiaccio durante alcuni inverni medievali, e sulla follia che un gelo così assoluto aveva provocato sulle persone. L’eterna scrittura di questo saggio diventa una vicenda così invasiva ed inconcludente da indurre l’immaginario coro della sua personale tragedia ad esplodere: “E smettila, Mauro, ti prego smettila. Tu e quel lago ghiacciato del cazzo!”, e poi: “dov’eri mentre succedeva tutto, mentre stavamo nei casini? Dov’eri? A preoccuparti di un lago ghiacciato quattro secoli fa”. Dunque, il mestiere di Mauro spiega la sua ossessione per il passato, ma proprio perché è uno studioso della materia mi pare strano che sia colto di sorpresa dalla constatazione che una memoria condivisa non è possibile, o che lo è al prezzo di “mutue e pacifiche bugie”. Il fatto che la storia sia un racconto di parte, e generalmente della parte dei vincitori, e che quanto è stato scritto in passato ci giunga ulteriormente filtrato da smarrimenti allagamenti incendi e terremoti, finendo per essere una narrazione parziale, incompleta e casuale, è pacifico già nei licei. Non vedo come potrebbe non esserlo ad un livello di conoscenze più avanzato. L’ho fatta lunga, chiudo: su di me la memoria fa poca presa. Ognuno ha le proprie ed ha il diritto di coltivarle come meglio crede, ma farne materia di racconto è un po’ ardito. O sei uno scrittore in stato di grazia (la versione di Barney è uno dei miei libri preferiti di sempre), o hai un passato straordinario (le memorie di Liliana Segre – che peraltro non so se ne abbia scritte - avranno sempre un senso), o lascerei stare. Mi fa piacere che sia d’accordo anche l’autore, dato che conclude il suo viaggio con la dichiarazione che “esiste solo il presente”, che, sottoscritta da uno storico, è la grande contraddizione di questo libro. ...more
scusate lo sbotto di entusiasmo ma dopo due mesi di lettura di questo mattonazzo non riesco a contenermURRÀ! È FINITO! SONO LIBERA!! FACCIO UNA OLA!!!
scusate lo sbotto di entusiasmo ma dopo due mesi di lettura di questo mattonazzo non riesco a contenermi. So di fare la figura dell'ignorante (quale sono) ma la letteratura ottocentesca, fatte talune eccezioni, non fa per me. E il paradosso è che questo libro è tutt'altro che brutto, ma mi fa impazzire che le pagine migliori siano affogate in una tale quantità di rossori, tremori, languori, stupori e pallori, che viene voglia di aprire la finestra e buttarlo giù (leggevo sull'iPad, sarebbe stato un gesto insano). Per non parlare delle febbri spaventose che ogni quaranta o cinquanta pagine portano la fragile protagonista sull'orlo del deliquio. Lo so, è un libro che ha precorso i tempi, la narrazione compiuta da una serie di persone diverse è un espediente brillante per coprire l'intera evoluzione della vicenda senza ricorrere al narratore onnisciente, la figura del malvagio Fosco (italiano, ahimè) ha uno spessore che supera largamente quello delle altre figurine bidimensionali (la meravigliosa, perfetta, fragile e sensibilissima Lady Glyde farebbe venire voglia di violenza gratuita a Gandhi), ma nessuna di queste considerazioni mi riconcilia con il peso mortale di una storia vistosamente condizionata dall'essere stata scritta per la pubblicazione a puntate su un giornale (con ripetizioni e inutili lungaggini in quantità), sfinendomi come poche hanno fatto mai....more
Quando aveva sette o otto anni, mia sorella scrisse una crime story lunga due o tre facciate di foglio di quaderno, in cui il mistero veniva svelato pQuando aveva sette o otto anni, mia sorella scrisse una crime story lunga due o tre facciate di foglio di quaderno, in cui il mistero veniva svelato perché dopo un grosso furto due o tre persone vennero notate mentre uscivano dal negozio svaligiato portando dei grossi sacchi sulle spalle. In questo libro la complessità della vicenda ha più o meno lo stesso spessore. Però mia sorella scriveva meglio....more
Un'altra famiglia rovinata, si potrebbe dire. Ma qui, a differenza di altre storie di Simenon (e non solo sue), c'è un uomo che non è un predatore né uUn'altra famiglia rovinata, si potrebbe dire. Ma qui, a differenza di altre storie di Simenon (e non solo sue), c'è un uomo che non è un predatore né una vittima sacrificale (penso, ai lati opposti del comportamento, a La morte di Belle e al piccolo libraio), che non cede al proprio sconforto né alla rabbia né alla delusione. Va avanti come gli pare giusto fare e arriva al suo risultato. Fa bene? Fa male? Di sicuro non dovrà rimproverarsi niente.
PS: se un giorno aprissi una scuola di scrittura (ovviamente non lo farò mai, non ne ho i titoli né ho fiducia nelle scuole di scrittura), alla prima lezione farei studiare il primo capitolo di questo libro, per mostrare come in poche pagine possa entrare comodamente un mondo intero....more
ho bisogno che qualcuno mi spieghi questo libro....
cioè: io stavo leggendo un libro in cui si narrava la storia di un uomo che fin dalla nascita ha ho bisogno che qualcuno mi spieghi questo libro....
cioè: io stavo leggendo un libro in cui si narrava la storia di un uomo che fin dalla nascita ha vissuto letteralmente fra i libri, appassionandosi alla lettura da bambino e poi dedicando tutta la vita a leggere, a cercare libri antichi, rari, fuori commercio, per esporli e se necessario venderli nella sua libreria antiquaria, insieme con qualche libro contemporaneo che però lui disdegna non poco. E, in questa continua ricerca, Norbert Paulini - sempre chiamato con nome e cognome come Charlie Brown - deve anche spostare la sua attività, da un negozietto ad un magazzino, dalla città alla campagna, trasportando i libri su biciclette, carretti e anche qualche traballante automobile della Germania est. Intorno a lui ci sono pochi amici ed una specie di corte di pazzi fanatici (lo dico con ammirazione e un po' di invidia) per i libri, gente che arriva anche da altre città per cercare se NP ha una prima edizione di Goethe (NP non ama eccessivamente gli autori non di lingua tedesca) e disposta, nel caso, a spendere il proprio stipendio di un mese per il tesoro trovato. Nel frattempo succedono anche varie cose, NP si sposa ed ha un figlio, la Germania si riunifica, lo stile di vita della DDR viene travolto dalle abitudini occidentali, l'economia cambia, mantenere una libreria antiquaria diventa sempre più difficile economicamente. In più lui ha fatto qualche conto sbagliato e si è fatto del male da solo. Comunque gli viene spontaneo fare due più due e decidere che la sua crisi economica è colpa dei tempi che cambiano, naturalmente in peggio (c'è mai stata una persona che invecchiando si è compiaciuta del miglioramento dei tempi?) e così maturare un astio generale verso diavolerie come le elezioni ed altri portati del nuovo che avanza. Dal canto suo, il figlio ormai adulto manifesta più di qualche tendenza antisociale. E qui, ZAC! Con un colpo di scena che ad una persona banale e poco fantasiosa come me ha fatto pensare ad un errore dell’ebook, la narrazione si interrompe lasciando una frase a metà, e poi si passa ad una seconda parte in cui compare un personaggio mai nominato prima (scopriremo poi che si chiama Schulze, quindi è l’autore, o l’autore gli ha dato il proprio nome), e poi ad una terza parte in cui compare un terzo personaggio, anch’esso mai nominato prima, i quali raccontano in prima persona la vicenda dal loro punto di vista. Per l’esattezza il terzo personaggio parla di fatti - che non dirò, anche se la storia non è un giallo - avvenuti dopo la narrazione contenuta nelle prime due, tirando - in qualche modo - le somme. Va bè, una volta capito che l’ebook non aveva nessun vizio non ho poi avuto gran difficoltà a seguire il resto della narrazione. Quello che continua a lasciarmi perplessa è l’interpretazione che ho trovato da qualche parte (forse la quarta di copertina, forse una recensione) in cui si dice che dopo la riunificazione della Germania NP si trasforma da uomo mite in soggetto aggressivo e si avvicina al neonazismo: cose che potrebbero anche essere vere ma nel libro non ci sono. A me risultava che con il passare del tempo NP perdesse l’imperturbabile serenità con cui aveva vissuto e lavorato in gioventù; che maturasse un atteggiamento astioso verso il mondo com’era diventato e verso coloro che ne erano entusiasti; che adottasse l’aria io ho capito tutto e voi siete scemi e non avete capito un … ,ma la sua presunta vicinanza al neonazismo io non l’ho proprio vista. E dov’è la rettitudine negli assassini?...more
londra anni 60 amore contro le convenzioni sgt. pepper’s in sottofondo con me, mrs. Tessa Hadley vince facile, e infatti ho comprato subito il libro. Chlondra anni 60 amore contro le convenzioni sgt. pepper’s in sottofondo con me, mrs. Tessa Hadley vince facile, e infatti ho comprato subito il libro. Che poi mi è piaciuto fino a un certo punto, per l’impressione - magari sbagliata, non lo so - che fosse più il racconto di come vengono raccontati gli anni 60 che una storia veramente radicata là, in quel passato che le persone della mia generazione hanno solo sfiorato. C’erano veramente giovani signore con il tailleur color pastello ed il filo di perle che mollavano il monotono benessere, il placido marito, i figli poco più che bambini, per andare in una comune lercia, in compagnia di gente che le guardava con stupore, curiosità, degnazione, e totale estraneità ? Sinceramente ne dubito. Però mi ha affascinata la descrizione di un quartiere che oggi è fra i più desiderabili ed economicamente inaccessibili della città, all’epoca in cui andarci era una specie di viaggio, e non dei più raccomandabili. Mi piace constatare il passare del tempo attraverso il cambiamento delle città, o - all’inverso - ritrovare le città come erano prima che il tempo passasse. Il libro mi è piaciuto meno, ma non è male....more
si saranno messi d'accordo? qualche rivista avrà lanciato una sfida per un libro sul tema? sarà una pura combinazione ?
Ci deve comunque essere un motivosi saranno messi d'accordo? qualche rivista avrà lanciato una sfida per un libro sul tema? sarà una pura combinazione ?
Ci deve comunque essere un motivo per cui i due autori inglesi che preferisco hanno deciso, pressoché contemporaneamente, di scrivere un libro su una famiglia inglese più o meno negli ultimi settant'anni*, con ragazzi e ragazze che diventano adulti, poi genitori, poi maturi, poi vecchi e intanto i loro figli sono arrivati a loro volta ad essere maturi ed i nipoti sono già in rampa di lancio, mentre l'Inghilterra passa attraverso l'energia del dopoguerra, l'entusiasmo dei sixties, la folle corsa all'edonismo degli anni ottanta fino alla poco dignitosa epopea di un primo ministro con una capigliatura biondissima perennemente spettinata (ad ognuno il suo: a noi ne toccò uno con i capelli malamente trapiantati). Dal canto mio, nel corso della mia presenza su questo sito ho già avuto modo di dire che considero Coe un genio per i quattro libri che ha scritto in gioventù (lo so che li conoscete, ma li cito lo stesso: La banda dei brocchi, La famiglia Winshaw, La casa del sonno ed Il Circolo chiuso), e, siccome si tratta di libri che io non sarei stata in grado di scrivere neanche campando trecento anni, non posso certo rimangiarmi il giudizio. Però, per quanto mi dispiaccia dirlo, questo Bournville (e con lui Middle England che ho letto qualche tempo fa) è molto lontano da quel livello di inventiva che mi aveva entusiasmata in gioventù (di Coe e anche mia), ammesso che di inventiva questo libro ne abbia almeno un po'. Gli anni passano, Jonathan, non ci si può fare niente.
*quello di McEwan, che pure non mi ha fatta impazzire, è migliore di questo...more
**spoiler alert** libro scritto molto bene, da un’autrice che non conoscevo e che immagino piuttosto giovane, a giudicare dalla naturalezza con cui tr**spoiler alert** libro scritto molto bene, da un’autrice che non conoscevo e che immagino piuttosto giovane, a giudicare dalla naturalezza con cui tratta non solo telefonini e video chiamate (quelli, anch’io), ma soprattutto le funzionalità delle app sul pc, e poi attività come le presentazioni, legami sociali definiti community, persone qualificate internet persons, cose così. E i nick che inventa – greatgreta, marniemonti – sono molto simpatici. Ci sono, è vero, alcune cose che non tornano: in questa estate caldissima compaiono spesso felpe e cappucci, maglioni, ci sono anche un pavimento gelido e addirittura una coperta (??): forse un po’ di attenzione in più non sarebbe stata inutile, però rimane che la Dal Lago scrive molto bene. Poi cominciano i guai. Capisco bene l’espediente letterario di mettere un gruppo di persone in un ambiente ristretto e creare così l’occasione per incontri e scontri fra i presenti, con la vita in comune a fare da accelerante alle deflagrazioni, ma non riesco mai a dimenticare che è un artificio. Non so se, fra i creativi, o i giovani in generale, succeda che ci si ritiri da qualche parte per lavorare insieme; a me, che non appartengo a nessuna delle due categorie, non è mai capitato, e se fosse capitato avrei pensato già prima di partire che sarebbe stato molto di più il tempo perso di quello dedicato al lavoro (come mi pare sia puntualmente successo ai nostri protagonisti). Senza contare che chi ha una vita privata può non essere disponibile a devolvere un’intera settimana, 24/7 (come direbbero loro!!), al lavoro. Ma questo è il meno, dato che parliamo di un libro di narrativa e non di un manuale per il lavoro di gruppo. Quello che rende fastidioso – a me – l’espediente del gruppo chiuso in una villa (a parte presupporre che qualcuno disponga di una villa avita, un po’ delabré come si conviene ma comunque ricca di oggetti, di passato, di ettari di alberi da frutto e di una piscina) è la disponibilità di tutti a lasciarsi trascinare un una situazione iperemotiva senza un minimo di resistenza (chiamiamola filtro o riservatezza o alterigia o – come preferirei io – equilibrio): no, assolutamente tutti hanno una crisi in atto, o pronta ad esplodere, o già esplosa con conseguenze ancora roventi, e tutti ne hanno avuto l’anima così scarnificata da non potere / volere mantenere con gli altri rapporti amichevolmente superficiali. No: devono parlarne, devono reagire ad ogni minimo stimolo emotivo, devono dirsi tutto ma proprio tutto il fastidio che provano l’uno per l’altro, creando un ambiente isterico. E così ci sono: la coppia in crisi che esplode (lui è, chiedo scusa per il termine, un perfetto coglione, lei è gelosa delle attenzioni che lui ha per un’altra, ma intanto chatta ossessivamente con il fidanzato dell’altra); la vittima di un rapporto tossico che crolla; il drogato che perde il controllo, ma poi si scoprirà che ha subito un abbandono molto doloroso, per cui un po’ va capito, e poi deve proprio avere avuto uno sviluppo incompleto, visto che si rivolge ad un altro personaggio chiamandola “cyberspazio”, perché, secondo lui, lei viene dal cyberspazio (ossia??), e ad un certo punto, in uno sbotto di sensibilità, le dice, tutto contrito: A proposito di questo. Mi dispiace se è una cosa che ti fa sentire distante. (Frase che troverei appropriata in un dialogo fra tredicenni). Non manca, naturalmente, la coppia estemporanea che si forma e rapidamente si dissolverà, ma almeno avrà avuto una notte di (che cosa?) pace, vitalità. Divertimento. Amore, forse, perché non è poi detto che sia amore solo se dura una vita. Bambino e gatto (sì, ci sono anche loro) hanno un ruolo un po’ diverso. Non hanno, per ragioni ovvie, crisi sentimentali in atto, così rompono un po’ lo schema. Del bambino si parla solo saltuariamente, si capisce che è un tipo solitario, non sembra cercare più di tanto la compagnia degli altri (né loro fanno niente per accattivarselo, anzi), e ad un certo punto scappa, senza un motivo particolare. Che non ne possa più di quel gruppo di esagitati è più che comprensibile, ma resta un colpo di testa un po’ così, giusto per dare una svolta al racconto, e si conclude in poche ore. Del gatto non si sa, è probabile che anche lui – anzi, lei – ne abbia fin sopra i capelli (si fa per dire) degli umani: fatto sta che scappa con il bambino e, a differenza di lui, non si farà trovare mai più. Durante la notte di ricerche angosciose, spicca la giovane compagna del padre del bambino, che in realtà cerca la gatta molto più di quanto cerchi il piccolo. Se non altro evita di ammetterlo.
Trovato il bambino, la settimana è finita, il lavoro anche (non si capisce quando abbiano lavorato), si torna a casa. E qui c’è il punto che meno mi convince: per tutti, questa settimana, questo brevissimo frammento delle loro vite, invece di venire rapidamente archiviato alla voce ricordi non particolarmente entusiasmanti, esercita una funzione determinante: l’insopportabile donna della coppia in crisi decide che la coppia smetterà di essere tale; il bambino, tornando per la prima volta nella casa vent’anni più tardi, la considererà un luogo così intimo (??) ; la vittima del rapporto tossico decide di abbandonarsi al suo rapporto tossico, e così via. Come se in sette giorni, per giunta passati in compagnia di gente mal assortita e non particolarmente simpatica, ciascuno avesse trovato la ragione per dare una svolta alla propria vita. Poi ditemi che non è artificioso....more