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martedì 20 gennaio 2026

Possibili Scenari

 


Credo che a volte, seppur sporadicamente, un po' come tutti gli altri bambini io abbia ricevuto carezze, abbracci ed affetto dai miei genitori.
Al di là della cura pratica, intendo.
Ma la questione è che non ricordo neanche uno di quei gesti.
Ho ricordi vividissimi da bambina, anche quando ero molto piccola, ma non ricordo un solo attimo di affetto, di cura emotiva o sentimentale, di conforto.
E oggi, a quarant'anni, sto venendo a patti col fatto che probabilmente non li ricordo perché non ce ne sono stati.
E qui si spiegherebbe la ragione per cui mio fratello non riesce ad avere una vera e propria storia d'amore.
E si spiegherebbe anche il motivo per cui quel ragazzetto di ventidue anni si dovette prendere la briga di insegnarmi ad abbracciare.
Impiegò un anno per farlo. 
Un anno intero in cui non mi fece mai pesare il fatto di non aver problemi nel fare sesso ma di non saper assolutamente come si abbraccia un altro essere umano.
Quando lui mi abbracciava mi proteggevo il corpo con le braccia. Stringevo me stessa. Non riuscivo a farmi abbracciare, ad abbracciare a mia volta.
Lui pazientemente si metteva intorno le mie braccia, anche dieci volte o più, tutte quelle in cui io tornavo nella mia posizione originaria.
Solo dopo mesi riuscii a farmi toccare in quel modo, toccare a mia volta.
Fu un insegnamento così dolce, da parte sua, che non lo dimenticherò più. 

Ma ora che son grande, a volte, di notte, mi chiedo perché tutto questo non lo abbiano fatto i miei genitori.
Ricordo le volte in cui mio zio mi teneva sulle ginocchia.
Le coccole.
I suoi occhi innamorati.
E i miei genitori, invece, niente.
Eppure mi amano. Non c'è nulla che mi sia mancato. Tendo sempre a giustificarli, a perdonare, in nome della vita complicata di mia madre, della presenza ingombrante di mia nonna, dell'affetto pratico di mio padre.
Ma al di là di tutto, è ora di ammettere che non hanno mostrato alcuna considerazione per la mia vita emotiva. Sono cresciuta tenendo dentro ogni emozione, ogni paura, ogni dubbio. Sapevo di non poterli raccontare, sapevo che avrei potuto contare su di loro se mi mancava un quaderno, ma non se mi mancava la terra sotto i piedi. 
Non c'è stato conforto. Mai.
E adesso lo so.
Non è mai tardi.

E comunque, non fa niente.
Davvero.
Che poi alla fine ho le spalle larghe, credo. 

domenica 18 gennaio 2026

Clementine

 

Giravamo in tondo, mio fratello ed io, intorno alla grande casa. Percorrendo l'intero giardino. Fermandoci spesso affinché io fotografassi mandarini, limoni, poligone in fiore, panorami. O semplicemente il cielo.
E parlavamo, come non possiamo fare mai, noi due da soli, che ci vediamo così poco.
Mi chiedeva come lavare le lenzuola. Dove stenderle. Che tessuti scegliere. Quanto spesso ripetere i lavaggi. 
Erano discorsi pratici, tranquilli. Finalmente ero io ad insegnargli qualcosa.
Non faceva freddo, l'aria era mite, il sole tiepido ma presente. 
Nuvole di panna montata ci guardavano vorticare in mezzo al verde e piccole gemme si preparavano per mostrarci grosse peonie fiorite tra due mesi o tre.
Era tempo rubato alla fretta, tempo lieve che calma i nervi.

E ora me ne sto qui in silenzio, sotto le coperte.
Anche questo non faccio mai.
Appena tornata da lì ho messo a posto la spesa e sono uscita per fare qualche chilometro.
Neanche cinque, un'inezia per me. E indossavo i tacchi.
Però sono il tipo che non sa stare sul divano se prima non s'è stancata bene, se non si è mantenuta costantemente in attività.
Soffro l'inerzia, non comprendo l'ozio.
Sono il tipo che si allena anche in vacanza o con la febbre.
Non sono sempre stata così, credo che ad un certo punto in me sia avvenuto un cambiamento drastico, di quelli che non smetterò mai di ringraziare.
Anche se mi rendono strana agli occhi degli altri.
"Ti sei riposata?"
"Riposerò a ottant'anni, adesso voglio fare."
E così anche le chiacchiere con mio fratello sono avvenute camminando, anche se in tondo, anche guardando le stesse cose meravigliose che conosco bene.
Sotto Natale convinsi anche la figlia di mia cugina, molto sedentaria. E parlammo a lungo. Parlò lei, in realtà. Io ascoltai.
Forse per parlare con me bisogna venirmi dietro? adattarsi ai miei ritmi? aveva il fiatone, eppure procedeva. Non mi lasciava andare perché sapeva che io, invece, non mi sarei fermata.
A volte mi chiedo se sia normale procedere sempre dritti e passare del tempo con qualcuno solo se disposto ad adeguarsi.

mercoledì 14 gennaio 2026

Grigio




Mi sento spaesata, oggi.
Come se il mondo, sotto i miei piedi, traballasse.
Come un tavolo con i piedi rotti.
O una sedia tarlata.
Così è il mondo, oggi. 
E per quanto mi impegni, per quanta strada faccia, per quanto cerchi di raddrizzare le cose, mi sento spingere verso il basso.

Le nuvole sono fitte, grigio topo.
Il mare sciaborda appena.
Non ci sono barche in acqua.
I pescatori, vecchi e giovani, sono tutti a riva, con la loro sfilza di auto, a parlottare tra loro.
Osservano, decidono, aspettano. 
Percepiscono la mia presenza ma non ci guardiamo, faccio ormai parte del paesaggio, sono un habitue. 

E a ridosso del mare non c'erano altri che io. 
Mi sono sentita sola, residuo di un sogno strano, in cui mi sposavo senza uno sposo. 
O di quando ieri mattina ho visto i miei zii, morti da qualche anno. Erano con me, insieme ad altra gente che non conosco. Parlavamo tranquilli. Un sogno strano anche quello, una vicinanza che non è presenza.
Sembravo serena, in entrambi i casi, ma non lo ero.
Si chiama apparenza. 
Dentro gli occhi avverto un tremolare cauto, una tempesta mite.

lunedì 12 gennaio 2026

Cose

 

Ho buttato via un po' di roba, oggi.
Sono salita sopra, ho aperto i cassetti, tolto smalti e rossetti che non utilizzo da una vita.
Avrei voluto continuare, buttare ancora. Togliere, togliere, togliere.
Lasciare appena l'essenziale.
E man mano so che è esattamente ciò che farò.
Gli oggetti di cui ci si circonda, da cui a volte ci si fa fagocitare, in molti casi non servono.
Sono vecchi, brutti, inutili, scaduti, macchiati.
E non sono il tipo che si affeziona alle cose, che ne trae un significato profondo o spirituale.
Ho fatto un po' di autocritica, in realtà. 
Quanti soldi avrei potuto risparmiare. Quante stupidaggini ho acquistato sull'onda di un'entusiasmo che oggi, fortunatamente, non mi prende più.
Non ho bisogno di andare per saldi, di comprare un nuovo copriletto, di scegliere un'altra borsa.

E stamattina, come ogni volta che butto via qualcosa che non serviva, mi sono sentita più leggera. 

sabato 3 gennaio 2026

Pollicino

 

Sono stata un po' via in questi giorni.
Stanze d'albergo, casa d'origine, luoghi conosciuti, altri che non avevo mai visto prima.
Chilometri macinati, occhi stanchi, piedi arrossati, decine di fotografie.
Il cuore colmo di cose buone, perché questo succede viaggiando. Ci si riempie sempre un po'.
Ed è stato bello anche rientrare a casa, nei miei spazi, tra gli oggetti che mi sono familiari.
Mi ero portata dietro un bagaglio pesante, e non parlo di vestiti.
Credo di aver lasciato andare via qualcosa, come Pollicino con le briciole.
Io sono il tipo cui piace buttar via, che sta bene quando si libera di oggetti che non le servono più.
Pulisco, riorganizzo, creo spazio. E mi sento meglio.
Ma ci sono cose che non si possono buttare via senza guardare.
Allora anche in questi giorni ho avuto i miei momentacci.
E tornare qui dentro, dopo aver finito di pulire tutto, cucinare, stendere, arrabbiarmi con la pioggia, riscaldare casa, mettere via le valigie, pensare alle lavatrici... quando tutto era compiuto, e la notte scendeva implacabile dopo un tramonto mozzafiato... son tornati anche quei pesi che pensavo di aver lasciato tra i vicoli, sulle piazze, in mezzo alle decorazioni natalizie, nei bar dove avevo consumato i miei caffè.
Si può andare, guardare, mangiare, bere, annusare.
Ci si può riempire di distrazioni, di pensieri collaterali.
Ma quelli importanti, poi, tornano.

martedì 30 dicembre 2025

Gabbie

 

Un paio di sere fa, dopo una mini vacanza di tre giorni, me ne sono venuta in campagna dai miei.
E qui la situazione è tutt'altro che riposante.
Le condizioni mentali e fisiche di mio padre sono sempre più complicate.
Mia madre è sfibrata.
Mio fratello stressato fin dentro il midollo.
E riconosco di essere l'unica, in mezzo a questo caos di grida, risentimenti e difficoltà, a potersene andare.
Conto i giorni come un carcerato che possa tornare in libertà e rivedere la luce.
E mentre lo scrivo sento tutto il peso di queste brutali parole.
Provavo ansia a star con loro quando erano tutti ancora in salute. Adesso l'ansia è diventata bisogno di fuga, necessità di separarci di nuovo. 

La sensazione di acqua alla gola si scontra con la bellezza naturale di questi luoghi.
Che sono un tripudio di colori vividi, intensi, meravigliosi.
E allora appena posso, meteo permettendo, me ne scappo per qualche ora, dispiaciuta che il mio compagno debba condividere silenziosamente tutto questo, fingendo che sia normale. 

Mancano due giorni alla fine di questo anno che è stato rivelazione, momenti intensissimi, dolori incredibili. Un insieme di emozioni che si sono addensate mese dopo mese e che non so dove mi porteranno da gennaio in poi.
Non lo so, sul serio.
Guardo i piedi avanzare un passo alla volta. 
Non ho ben chiaro il tragitto completo. 
Solo i miei arti che non smettono di andare avanti.

lunedì 22 dicembre 2025

Fili

 


Improvvisamente la musica si è spenta e non ha voluto saperne di ripartire. 
Sembrava tutto a posto, eppure non funzionava più.
Dunque ho tolto le cuffie, messo via il telefono. 
E ho dovuto gironzolare per il mondo sentendo i rumori che avevo intorno. 
Non avevo più modo di isolarmi, di mettere una barriera tra me e quello che accadeva al di fuori.
E allora sentivo le foglie scricchiolare sotto i piedi.
Il traffico delle strade.
I clacson.
Gente che gridava da qualche parte.
Gli operai nei cantieri.
I frullini, i martelli, le scarpe sui ponteggi.
Dovevo essere presente, dopotutto. 
Esserci con tutti e cinque i sensi e non solo quelli che decidevo di utilizzare.

Mi sono fermata ad osservare le luci natalizie nei giardini, ieri sera.
Il tramonto si era già dissolto, il grigio delle strade si confondeva con quello del cielo.
E tutt'intorno facciate illuminate, alberi le cui foglie erano state sostituite da fili luminosi. Finestre dietro le quali immaginavo vite che non conoscevo, bambini che aspettavano già dei regali imminenti.
Avrei voluto anche io un lungo filo di luci a costeggiare il mio intero terrazzo.
E vetrofanie innevate da attaccare in ogni stanza.
E un albero molto più alto di quello che ho potuto concedermi.
E altri pupazzi sulle scale, sui mobili. Gnomi, babbi, folletti.
E altre tazze per il tè oltre le molte che ho già.
E altri cuscini rossi e bianchi.
E altri fili argentei.
E nuovi peluche.
E poi, non so. Non so perché mi sia preso così, quest'anno.
Tutto questo bisogno di artifizi che mi facciano sentire un po' di calore, dentro, in quel posto sommerso in cui sento freddo.