La mia epica giovanile è stata soprattutto sportiva. I duelli tra Borg e McEnroe, il mundial dell’82, la valanga azzurra, l’NBA dei Lakers, Pietro Mennea, la boxe americana dei Caesar Palace… Ricordo che mio padre mi lasciò rimanere sveglio, a 11 anni, la notte di fine ottobre a Kinshasa in cui perse il nostro paladino, George Foreman, quello serio e taciturno che aveva noleggiato tutto un aereo per portarsi dietro il cane.
Ma il mio idolo pugilistico fu Marvin Hagler, the Marvelous, il grande atleta che incontrato in adolescenza fa da bussola al tuo caos interiore, il campione del mondo dei pesi medi, il migliore di noi. Fin da allora io trovavo sospetta la passione per l’eccezionale, come se fosse il crisma della mediocrità. Il culto esclusivo per i pesi massimi, come quelli che sapevano tutto sugli squali e ignoravano cosa mangiasse un passerotto (da cui il mio amore per Giacomo Leopardi). Hagler era un esempio di forza, serietà e correttezza, l’incarnazione più autentica della noble art. In mezzo a tanti abili sbruffoni e provocatori, come Ray Sugar Leonard e Muhammad Alì, Hagler si affidava solo al talento, non cercava di innervosire l’avversario, d’irretire le folle, di influenzare i giudici per assicurarsi il loro voto, e infatti si ritirò dopo il match con Leonard che perse in modo sospetto per split decision. Mi piacevano anche i suoi timidi coach italoamericani, i fratelli Petronelli, più tecnici che motivatori e personaggi. Vidi tutte le sue battaglie, da Vito Antuofermo a Roberto Duran manos de piedra a Tommy Hearns, quella che passò alla storia come “the War”, perché lui batté dei fenomeni spaventosi. Ma l’incontro che rimase scolpito nella mia memoria fu quello con John Mugabi detto la bestia, un picchiatore ugandese dal soprannome eloquente che dopo Hagler scomparve dalla circolazione tante furono le botte che prese. Fu uno scontro mitico, aperto, onesto, senza trucchi e mossette, semplicemente due uomini che se le diedero di santa ragione senza indietreggiare mai, spesso rinunciando perfino a tenere alta la guardia, per vedere chi era il più forte. Ricordo ancora il sesto round, il commento concitato di Rino Tommasi che in vita sua aveva visto di tutto ma uno scontro di tale violenza mai, come disse lui stesso in diretta con la voce rotta dall’emozione. La castagna risolutiva di Hagler arrivò all’undicesimo round, dopo una lunga e paziente opera di incasso e demolizione di quella roccia africana che sembrava inscalfibile.
Stamattina mi è dispiaciuto molto scoprire che the Marvelous è morto a 66 anni. Certo, non è lo stesso dispiacere che si prova per la morte di un amico o di un parente, perché in queste occasioni ci si commuove anche e soprattutto per noi stessi, per i nostri sogni di gloria, per la nostra gioventù che non tornerà e per un senso di strana e profonda gratitudine nei confronti di qualcuno che ci conosceva senza conoscerci e che abbiamo conosciuto senza conoscerlo, ma per me, oggi, è come se fosse morto Ettore.





a sinistra la famosa modella e pittrice Berthe Morisot ritratta dal cognato Edouard Manet nel 1872, a destra la sua discendente di quarta generazione Lucie Rouart, fotografata da Drew Gardner.
Ora invece scopro, nel momento in cui lo stanno per demolire (l’autogrill sotto i tre archi) e i giornali ne parlano con nostalgia, che quell’ardita struttura sullo sfondo appartiene a una famosa area di servizio, la Villoresi Ovest sull’autostrada Milano-Varese all’altezza di Lainate. È un luogo simbolo, costruito nel ’58 dall’architetto Angelo Bianchetti con una forma futuristica – non a caso il bar fu chiamato l’astronave – che finì in copertina sulla rivista americana Time perché voleva rappresentare la fiducia nell’avvenire, l’annuncio del boom economico che avrebbe modernizzato il paese e reso tutti noi ricchi e felici.

