E’ tremendamente difficile trovare le parole giuste. E’ sempre difficile, ma in certi momenti , come questo, bisogna trovarle. Trovare le proprie, perché non basta provare repulsione per quelle altrui, o conforto da certi limpidi discorsi e riflessioni che ieri sera, per esempio, ho sentito alla trasmissione di Gad Lerner, L’Infedele, o letto stamattina sui giornali.
Il problema è che a me sembra tutto straordinariamente chiaro, e immagino che questo un po’ dovrebbe spaventarmi. Invece mi rassicura.
Mi sembra chiaro che se nessuno si sognerebbe di obbligare un padre a togliere il sondino naso gastrico, o qualunque altro genere di strumento artificiale che sostiene in vita una figlia in stato vegetativo permanente, allo stesso modo nessuno può obbligare un padre a tenerla in quello stato per un numero sconsiderato di anni, soprattutto se una volontà era stata espressa dalla diretta interessata.
Mi sembra chiaro che una sentenza esecutiva non può essere contraddetta da un decreto governativo, e che una legge non può essere fatta con l’unico scopo di impedire d’interrompere un lunghissimo accanimento terapeutico verso una persona. Perché l’accanimento terapeutico è rifiutato dal codice di deontologia medica e il suo rifiuto è un diritto costituzionale che nulla a che vedere con omicidi, assassinii, affamare e assetare.
Mi sembra chiaro che nutrizione e idratazione artificiali sono, in determinate condizioni cliniche, trattamenti sanitari a tutti gli effetti. (Per questo e altri punti rinvio al parere del Gruppo di lavoro su nutrizione e idratazione nei soggetti in stato di irreversibile perdita della coscienza (istituito con Decreto del Ministro della sanità, professore Umberto Veronesi, del 20 ottobre 2000).
Mi sembra chiaro che ora sia doveroso che il Parlamento voti una legge che comprenda anche nutrizione e idratazione tra quei trattamenti che ognuno di noi può decidere che gli siano interrotti nei casi in cui questi si configurino, appunto, come terapie mediche attuate senza un risultato accettabile di cura. Mai come in questo momento ho desiderato essere una parlamentare, poter essere io, in prima persona, a decidere di poter ampliare il concetto di libertà personale includendovi anche la libertà di morire, e contrastare chi vorrebbe imporre quella che sempre più mi appare come una totalitaria concezione del vivere.
Non mi vergogno, né mi sento una cultrice della morte, se ieri sera, appena sentita la notizia della morte di Eluana, io abbia provato sollievo per lei, e per la sua famiglia. Anch’io mi sono sentita sollevata, e anche questo sentimento è stato chiaro e limpido, come se si trattasse della mia liberazione da un corpo morente prigioniero di una vita inaccettabile.
La vergogna dovrebbero provarla altri, per le parole violente e intolleranti e prive di ogni barlume di pietas, compassione, tolleranza, valori smarriti da certo cattolicesimo.
"Giù le mani da me, per favore" (Adriano Sofri, su Repubblica di oggi)

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