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Cioccolato addio

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Una miniera nello spazio intergalattico

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Il Padrino – Parte IV

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Roma, 20 Agosto

 

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Novità dal pianeta rosso

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LA CREDIBILITA’ DI RENZI

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di Gianni Pardo

 

Credere significa “reputare vero”. “Credito”, per la maggior parte delle persone, significa “avere diritto alla restituzione di una somma di denaro” ma in realtà il concetto è lo stesso, si tratta di “credere che il debitore pagherà”. E infatti con l’espressione “perdere credito” ci si stacca di nuovo dal denaro per significare che non si è più reputati affidabili, come chi non mantiene la parola, si rivela un bugiardo e non paga i debiti. La credibilità è una qualità morale, ma ha riflessi tanto concreti quanto è concreto il denaro.
Un famoso detto insegna però che “è inutile chiedere all’oste se il suo vino è buono”. In alcune professioni il piccolo inganno è tollerato e fa parte delle convenzioni: è quello che i romani chiamavano dolus bonus. Lo ritroviamo persino nella religione: nessuno si aspetta che un prete, celebrando un funerale, dica del defunto che era un emerito farabutto, anche se notoriamente lo era. E per lo stesso principio si è tolleranti con le promesse dei politici. Tutti sanno che non attueranno interamente i loro programmi elettorali, perché nessuno realizza l’impossibile, ma devono almeno fare una parte di ciò che hanno promesso. Ecco perché bisogna stare attenti a non esagerare. L’oste non deve vantare il vino annacquato come uno Château Lafite. Il politico può amplificare i propri meriti passati, colorire il suo programma, far sorgere rosee speranze, ma non deve arrivare al punto di perdere credibilità: perché il debitore che non paga non deve poi aspettarsi che la banca gli faccia credito.
Il nostro Primo Ministro Matteo Renzi ha esagerato e comincia a perdere credibilità. Vede solo lui la ripresa economica e cerca continuamente di convincerci che siamo ciechi noi, a non vederla. Si vanta d’avere abolito le province, pagato i debiti dello Stato, rimborsato i pensionati dopo la sentenza della Consulta (mentre ha speso un paio di miliardi invece di quattordici), riformato la legge elettorale, la scuola, il lavoro, il Senato, la Pubblica Amministrazione. Ora ci promette perfino un notevole abbassamento della pressione fiscale. Ma i cittadini gli effetti di queste famose riforme non li hanno visti. Quella del lavoro non ha prodotto un incremento dell’occupazione. La riforma del Senato non si sa se andrà in porto, e soprattutto se si rivelerà un bene l’irriformabilità delle leggi sbagliate, per esempio in seguito ad un agguato parlamentare. I debiti dello Stato sono ancora in massima parte da pagare. Le province forse non ci sono più, ma costano come prima e, fatto inaudito, la riforma della scuola è riuscita a mettere contro il Pd un corpo insegnante visceralmente di sinistra. No, questo non è un Château Lafite.
Il caso più interessante è tuttavia la “riforma della Pubblica Amministrazione”. Se c’è un mammut torpido e inerte, un Moloch tanto temibile quanto ottuso, una stalla più sporca di quelle di Augia, è la nostra Pubblica Amministrazione. Se c’è una corporazione tanto inefficiente quanto risoluta a conservare i propri privilegi, inclusi i più assurdi, è l’insieme degli impiegati dello Stato. La semplice idea di affrontare un simile problema farebbe dire ad Ercole che preferirebbe ricominciare il lavoro nelle stalle di Augia, piuttosto che riformare questo mostro. E invece ecco che Renzi ci offre la riforma già “praticamente fatta”, chiavi in mano. Ma giornali e televisioni hanno avuto difficoltà a descriverla. Gli alti dirigenti, pare, non saranno inamovibili. Forse saranno licenziabili, Tar permettendo. Ma è difficile ricordare altro. I turiferari dei telegiornali, dovendo citare qualcosa di concreto, ci hanno detto che, come numero di emergenza, invece di dover ricordare 113, 115, 118 e forse qualche altro, basterà fare il 112. Ottimo. I riformatori sono autorizzati a detergersi il sudore.
Per dare un esempio di ciò che si può reputare una riforma, basterà citare la mia nuova banca. Prima, per sapere quanto avevo sul conto, dovevo andare in filiale. Per ritirare del denaro, dovevo andare in filiale. Per fare un bonifico o per usare il bancomat, dovevo pagare. E via di seguito. Attualmente, con la mia banca, faccio tutto online. Bancomat (su tutte le banche) e bonifici sono gratuiti. Stando a casa posso sapere quali operazioni sono state effettuate sul mio conto, posso pagare le imposte con l’F24, posso fare versamenti in conto corrente postale, ed altro ancora, tanto che non so più quand’è stata l’ultima volta che sono stato in filiale. Questa è una riforma della banca. Quando vedrò qualcosa di analogo nella Pubblica Amministrazione, crederò che sarà stata riformata.
Piccola dimenticanza: nella prevista riforma c’è qualcosa d’importante, il silenzio assenso. Se la P.A. non risponde entro un mese è come se avesse detto sì. Non c’è da esserne entusiasti? Purtroppo questa disposizione non è nuova. L’abbiamo sentita annunciare molte volte, e non l’abbiamo mai vista. Che si chiami Godot?

Quante grattachecche ci si potrebbero fare?

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Me’ cocomeri!

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Buon Ferragosto

 

SDB10

…zzzzzzzz….

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Il tableau

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Simona mi ha chiesto di realizzare un tableau per il suo matrimonio. Non potevo dire di no, le voglio troppo bene.

 

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UN’INTERPRETAZIONE DI ALEXIS TSIPRAS

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di Gianni Pardo – 1 Luglio 2015

Spesso la pulsione fondamentale, nella vita di un uomo importante, è soltanto una: la nuda ambizione. Il potere per il potere. Poi, se si è usato quel potere anche per fare qualcosa (Napoleone e la sua riforma del codice civile, per fare un esempio) tanto meglio. Ma è un sottoprodotto. Annibale invece non tendeva tanto a dominare l’Italia quanto a distruggere il potere di Roma. La sua molla fondamentale non era l’ambizione, era l’odio.
Questo metodo si può usare per provare a meglio capire Alexis Tsipras. Sappiamo ben poco, di quest’uomo, dunque il tentativo sarà più un gioco che uno studio serio.
Alcuni dati riguardanti il Primo Ministro greco sono noti e ovvi: è giovane, è coraggioso, è di estrema sinistra. Già queste caratteristiche devono indurre a non cercare in lui uno statista influenzato da una grande cultura e da un progetto politico vasto e articolato. Bisogna avere il senso delle proporzioni: niente che somigli a Metternich o a Bismarck. Tsipras è lo stesso ragazzo che sbarcava ad Ancona per andare a contestare un G7, G8 o quello che era.
Data la sua mentalità, forse la sua idea fondamentale è che i vecchi complicano i problemi fino a non vederne più la soluzione. Oppure, ad ammettere che la vedano, poi non hanno il coraggio di attuarla. La sua storia politica potrebbe dunque essere la seguente: ha osservato una Grecia ogni giorno più povera, ogni giorno più infelice e tuttavia sempre più indebitata. Forse la sua idea fondamentale è stata una, semplice e chiara: bisogna porre un termine a tutto questo, a qualunque costo.
Naturalmente si sarà ritrovata intorno una folla di persone che gli spiegavano i possibili inconvenienti di questa operazione: ma avrà subito notato che nessuno gli offriva una soluzione diversa e indolore. O il tormento interminabile della austerity, o il tormento forse più breve, ma probabilmente più doloroso, del default. E qui ha prevalso il temperamento di Tsipras. Immaginiamo i suoi pensieri: “Se deve andare male comunque, battiamoci con le armi in pugno. Non c’è forse Leonida, fra i nostri antenati? Non possiamo passare la vita a tendere la mano e a vivere di elemosina. Una volta o l’altra questo gioco arriverà al capolinea. E dal momento che va già tanto male, chi dice che andrà peggio?”
Ecco la decisione: all’Europa si chiederanno finanziamenti a fondo perduto, senza concedere nulla di ciò che essa chiede; e se dice di no si esce dall’euro. Si pagherà il prezzo che sarà necessario pagare, ma dopo qualche tempo la Grecia starà come stava prima di far parte dell’eurozona. I greci non saranno più ricchi, ma almeno non saranno additati come dei mendicanti, degli imbroglioni e dei truffatori. Il piano a molti sembra azzardato ma, se è vero che la condizione di Atene è disperata, si può essere sicuri che quella di Tsipras non sia la soluzione migliore?
Nel Medio Evo questa situazione si è verificata molte volte. Quando l’assedio si prolungava tanto che venivano a mancare cibo e acqua, gli assediati uscivano dal castello, risoluti a rompere l’assedio o a morire combattendo. Niente di nuovo sotto il sole. Oggi le autorità europee hanno fatto e fanno di tutto per impedire questo esito: moltiplicano i negoziati e le offerte, spaventate dai problemi che la defezione e il default di Atene potrebbero provocare all’Unione, e forse non capiscono quanto la Grecia sia esasperata, e quanto fedelmente Tsipras si sia fatto interprete della sua disperazione.
Naturalmente ci si può chiedere se questi sentimenti siano buoni consiglieri. Ma Tsipras, col suo temperamento da giovane, risponderà certamente che chi si pone troppi interrogativi alla fine non fa niente. Come non hanno fatto niente i suoi predecessori. Eccolo dunque alla testa della parte più stanca e contemporaneamente più coraggiosa dei suoi connazionali. E ora che la battaglia è cominciata si può soltanto augurare buona fortuna a questo ardente Giasone che sfida il freddo Sigfrido.
Il grande Tucidide ci ha ripetutamente insegnato che nessuna battaglia, nessuna guerra si svolge come inizialmente pianificato. E non si può dedurre con certezza, dagli schieramenti in campo, chi sarà il vincitore. Se il risultato del referendum sarà quello sperato da Tsipras non sappiamo dunque se la Grecia ne beneficerà alla grande o se avrà modo d’insegnare, a tutti quelli che sognano di seguirla, che la sua è una strada da non imboccare in nessun caso. E di questa chiarezza il mondo intero le sarà infinitamente grato.

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