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Felicità felina

Dopo tre anni senza Pippi coda da volpe, sono arrivate due sorelline, anzi, prima sembrava fossero sorella e fratello, Nina e Rocco, ma dopo la prima visita dal veterinario abbiamo scoperto che Rocco è femmina, e così è diventata Rocchetta.

Eccole: Nina, la più scatenata, è in primo piano. Ma Rocchetta, con i ciuffi di pelo che escono dalle orecchie grandi, non è da meno, soprattutto quando è il momento delle rincorse, i giochi, gli agguati.

Poi arriva il momento delle coccole serali, acciambellate insieme sulla pancia a fare le fusa e la pasta con le zampette e ciucciando una giacchetta un po’ pelosa nera che forse somiglia alla loro mamma.

Mi mancava tanto sentirmi avvolta dallo spirito felino, pure raddoppiato, dentro una materia morbida da carezzare ogni giorno.

Oggi è il nove novembre, celebro la felicità felina e ventisei anni di vita in più da quel brutto giorno.

Sollievo

Tenevo l’inizio di questo post tra le bozze, conclusione e pubblicazione rimandata a settembre, dopo i risultati dell’esame di riparazione.

Mai e poi mai era successo di avere il valore di un marker tumorale quasi raddoppiato rispetto al limite massimo. L’anno scorso mi ero allarmata per una lieve variazione oltre la norma, molto simile a quella del 2005, quando di lì a poco avevo scoperto di avere le metastasi epatiche.

Ne ho scritto qui, a paura passata. La situazione è più o meno analoga, ma al momento, dopo quasi un anno di Enantone, sembra che finalmente io sia in menopausa. Ma chissà, non è mica detto.

Ho interpellato subito Zeta, che in prima battuta mi ha detto di ripetere gli esami dopo tre settimane.

Tra tre settimane sarò in Grecia, ho replicato.

Allora parti tranquilla e fai gli esami quando torni.

Uh, tranquilla, che parolone!

Dopo qualche giorno gli ho scritto che ho paura.

Ha replicato con una faccina di dubbia interpretazione.

Ho capito, la paura devo tenermela fino a settembre.

Ecco, brava!

Mi sono tenuta la paura, che ha covato e scavato soprattutto di notte, manifestandosi con dolori inusuali che alla fine ho capito essere banali bruciori di stomaco, gastrite nervosa insomma. E però, in quei risvegli nell’isola greca di Andros, a picco sul mare di fronte al profilo a capanna dell’isola disabitata di Gyaros, il lavorìo dei pensieri cupi è stato stemperato dalla bellezza delle parole di un libro che stavo leggendo, Orbital, di Samantha Harvey. Il viaggio in orbita attorno alla Terra, e le poetiche visioni dallo spazio del pianeta che abitiamo, mi ha fatto ricordare i discorsi che facevo con mio padre quando ero bambina e sognavo di fare l’astrofisica per scoprire l’infinito dell’universo. Sotto il cielo stellato ho sentito così forte la sua presenza che ho quasi immaginato che volesse chiamarmi, o dirmi qualcosa. Mi sono fatta avvolgere da un manto morbido e struggente di nostalgia e rimpianto, ho lasciato che quei nodi aggrovigliati dalla paura si sciogliessero in un pianto silenzioso ma liberatorio.

I dolori sono passati, non l’insonnia, ma le sorprese dell’isola regalavano sempre un piacere alla luce del sole.

La vacanza è finita, e oggi ho ripetuto quell’esame sballato.

Pensavo di dover aspettare qualche giorno ancora, e invece il referto è già pronto.

Il marker ca 15.3 è sceso quasi ai livelli normali, evidentemente alterato per motivi diversi dalla ripresa della malattia.

Giuro che non farò mai più esami in piena estate, alla vigilia di una partenza.

E basta anche con questi marker, ormai servono solo a farmi paura.

Il karma malato di questo mondo

Il 4 novembre scorso ho dimenticato di celebrare i vent’anni di questo blog, forse perché lo trascuro ormai da molto tempo. Questa trascuratezza coincide con l’essersi via via affievolita l’urgenza della scrittura. Le due cose sono collegate: la progressiva disabitudine a scrivere quotidianamente in questo spazio – una stanza tutta per me – ha intorpidito i miei sensi, quelli più sensibili all’espressione scritta.

Non ho niente da scrivere, evidentemente. Ora però è come se ci sia troppo, troppo da dire, e tutto fuori di me, nel mondo tragico che stiamo vivendo, nella ferocia e negli orrori degli anni venti di questo secolo, il gorgo delle guerre, l’odio alimentato dalle parole, nutrimento di fatti che calpestano l’umanità e devastano l’anima.

Scrivere sembra un atto sterile, se ogni giorno la realtà mostra scene di una violenza inaudita, e la storia si ripresenta con il suo carico di disperazione, amplificato dall’esibizione oscena di ogni nefandezza. Siamo consapevoli di tutto, ma sapere ancora una volta non è potere.

Amica in sogno

In sogno ci siamo abbracciate. Sapevo che eri morta, ma eri lì, proprio tu, sorridente, e mi parlavi. Dovevi spiegarmi qualcosa, informarmi su dove sei ora. Poi ci siamo guardate, ci siamo avvicinate sempre più, al centro della scena del sogno, dove c’erano altri amici e persone care. Ci siamo strette forte, mi sembra di sentire ancora la consistenza del tuo corpo, il tuo odore, guancia contro guancia, a ispirare l’essenza dell’altra e colmare con quell’abbraccio il dolore dell’assenza.

Un sogno struggente e confortante allo stesso tempo: la tua presenza così concreta, ma senza inganni. Non ci sei più, ma ci sei ancora.

Domani

Se indugio nella parola domani mi accorgo di quanto sia bella, assertiva ma struggente.

Domani fa il paio con futuro, ma in un tempo condensato e dai margini più nitidi. Il futuro è una cosa grande, che appassiona e inquieta. Domani è un piccolo passo, umile, inconsapevole di cosa possa sostenere.

A domani rilancio un frammento di oggi, che posso intravedere come il bozzetto di un’opera. Come spostare un po’ più in là un oggetto e allontanarlo dalla presa immediata. Una lista della spesa. Una telefonata. Un’altro giorno di lavoro. Ancora un giorno di festa. Il bucato. Un appuntamento. Una giornata al mare. Un esame. Una passeggiata per la città. Una gita fuori porta. Iniziare un libro. Vedere un film. Portare l’auto dal meccanico. Gonfiare le ruote della bici. Fare un regalo. Partire. Tornare.

Una decisione sul domani ha molte più probabilità di concretizzarsi rispetto a quelle che destiniamo a un sempre incerto futuro, ma è pur sempre un rimandare il presente, un breve salto per scavalcare un piccolo vuoto.

Un tempo scrivevo un post alla fine o all’inizio dell’anno. Bilanci, aspettative, speranze e auguri.

Ecco, quest’anno è così. Un pensiero al domani. Che possano essercene tanti, tantissimi. Uno meglio dell’altro. Coraggiosi e pazienti. Appassionati e tranquilli. Germogli profumati e sonorità diffuse. Suture che chiudono ferite. Punto dopo punto.

Tanti auguri

Esserci (nella stanza accanto)

Il film di Almodóvar La stanza accanto è un film sul diritto all’eutanasia, che in perfetta adesione all’etimologia della parola, vuol dire avere “diritto ad una buona morte”.

Rivendica proprio questo la reporter di guerra Martha (Tilda Swinton) quando le terapie per curare un cancro metastatico falliscono inesorabilmente, e le viene prognosticata la morte entro pochi mesi, un anno al massimo.

Il diritto (e la libertà) a una buona morte, che un cancro terminale non può garantire. Come non può garantire che non vada perduta la dignità, il senso di sé, e quell’amore per la vita che è il luminoso contrappunto alla consapevolezza della morte imminente.

È, soprattutto, anche un film sullo “stare accanto”, sull’amicizia come ritrovarsi ed esserci nei momenti più dolorosi, come accade a Ingrid (Julianne Moore), che viene a sapere casualmente della malattia della sua vecchia amica Martha e decide di accettare di starle vicina, fino alla fine, anche in contrasto con le sue convinzioni e le sue paure. Non per aiutarla a morire, perché di questo Martha si assume integralmente la responsabilità, ma per esserle accanto nel momento di affrontare la morte. Anche come corrispondente di guerra, si giustifica Martha, quel rischio sfiorato tante volte non lo aveva mai vissuto da sola.

Essere accanto, ascoltare, e aspettare. Con amore e rispetto.

Ci sono i consueti colori accesi, due attrici meravigliose, la bellezza dei luoghi, dallo skyline di Manhattan al bosco che circonda e attraversa le vetrate della villa vicina a Woodstock, i dialoghi didascalici, perché a ogni parola non venga sottratto il giusto un peso.

C’è, in questo film, la dura critica all’ottusità di chi considera reato un atto di amore e di rispetto per la propria vita, mentre in un pianeta morente l’umanità rischia l’estinzione.

C’è la neve immaginata da James Joyce nel finale di The dead, che cade lieve sui vivi e sui morti.

L’Europa da difendere e da ricostruire

Ricordo le prime lezioni dirette per il Parlamento europeo, a giugno del 1979, quando L’Unione si chiamava ancora Comunità. Ero una ragazzina, ma a scuola si parlava molto di quanto fosse importante quel voto.

Sono passati 45 anni, e se allora quel voto segnò l’avvio di una più stretta integrazione tra gli Stati europei, e vennero vinte dai socialisti, oggi la composizione del Parlamento potrebbe essere pericolosamente spostato a destra, mentre i venti di guerra soffiano sempre più forti. La destra nazionalista, razzista, nemica dei diritti civili, innalzatrice di muri, cortine, respingimenti, che si richiama senza vergogna a un passato che ha devastato l’Europa, e il mondo intero. Qui da noi quella destra sta governando, e vediamo con quali risultati.

Bisogna votare, perché quel diritto che molti si sono stancati di esercitare ha invece sempre conseguenze concrete, può cambiare il corso della storia e la vita delle persone.

Durante la campagna elettorale per le elezioni europee di quarant’anni fa Enrico Berlinguer morì e il PCI raggiunse il 33,33 per cento, superando per la prima e unica volta la Dc. Avevo 17 anni, ero una giovane comunista italiana, pacifista e avrei voluto poter già avere l’età per scrivere il nome del segretario sulla scheda, dopo aver pianto per giorni la tragedia del comizio a Padova e la sua morte.

Domani voterò anche in nome di quella storia. Non “il mio nome”, ahimè, che me lo stanno facendo detestare.

Per ricostruire un’Europa antifascista.

Quando torna la paura, e passa

[Avevo scritto questo post senza pubblicarlo, per scaramanzia.

La notte prima dell’esame.]

Un mese fa mi è tornato il ciclo. Alla veneranda età di 57 anni sembra proprio che senza induzione farmacologica le mie ovaie non abbiano intenzione di mettersi naturalmente a riposo. Poveracce, questi otto mesi di libertà le hanno fatte scatenare, com’era già accaduto quando ho interrotto, insieme alla lunga terapia antiestrogenica, anche le punture di Enantone che mi tenevano in menopausa da quindici anni.

Con la fine delle terapie era ragionevole allentare anche il follow up, quindi niente controlli radiologici nei punti critici per eventuale ricomparsa di metastasi. Ma l’anno scorso avevo dimenticato di fare pure gli esami ematici di routine, che includono i marker tumorali. Non era mai successo.

Rifatti adesso, quegli esami presentano un valore alterato del CA 15-3, appena sopra i limiti massimi: 37 su 31.

“Fottitene,” mi aveva detto lì per lì Zeta, appena gli ho letto quel numero, preoccupatissima, “questo valore non ha nessun significato. Ma gli estrogeni devono essere fermati, pensiamo a quello.”

Io però non me ne sono fottuta.

Ma ricordavo che l’unica volta che avevo avuto un valore simile era stato subito prima di scoprire che avevo le metastasi epatiche, nel 2005.

Mi sono messa a scartabellare tra le montagne di referti. Ho ritrovato la copia della cartella clinica con i valori di CA 15-3 annotati per quell’anno: 34.

Ecco qua, mi sono detta. Ci siamo. Erano pure più bassi di adesso.

Ho interpellato di nuovo il povero Zeta, che non voglio proprio fargli godere la pensione in santa pace. Però, pure se nella sua lunga esperienza clinica non ha mai avuto un caso di ripresa della malattia dopo tanti anni dalla comparsa (e della cura) di metastasi, è giusto ricominciare a guardare che succede nei punti critici. Soprattutto perché ci sono questi estrogeni scatenati.

Ho vinto una Tac.

Ma intanto farò un’eco epatica e rx del torace. Controllo delle frattaglie e dei polmoni. Il solito cugino radiologo che ha scoperto quando c’era da scoprire.

Preoccupata?

Oh, sì. Tanto

Ma ora mi concentro. E andrà tutto bene.

——-

È andato tutto bene…

Apeirogon

Ho impiegato molto tempo a leggere Apeirogon di Colum McCann in lingua originale. Anche per la fatica e la frustrazione di leggerlo in questo periodo, mentre Gaza e la sua popolazione civile veniva bombardata da Israele in risposta alla strage terrorista di Hamas e al rapimento di oltre cento israeliani il 7 settembre 2023.

Apeirogon. Un poligono dai lati infinitamente numerabili.

1001 paragrafi (come i 1001 capitoli delle Mille e una notte) per raccontare le infinite sfaccettature della tragedia dell’occupazione israeliana della Palestina attraverso la storia – vera – di due padri, il palestinese Bassam e l’israeliano Rami, uniti nel dolore e nel tentativo di costruire un percorso di riconciliazione tra i due popoli, raccontando in giro per il mondo la storia di Smadar, saltata in aria a tredici anni per un attentato suicida palestinese in un centro commerciale nel 1997, e di Abir, dieci anni, colpita alla nuca da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto di frontiera mentre usciva da un negozio per comprare una caramella a forma di braccialetto.

Bassam e Rami hanno rifiutato di trasformare quel dolore immane in altra violenza, convinti che la vendetta generi solo altro dolore, che la violenza non possa che moltiplicare violenza, in una spirale, iniziata ancora prima della nascita dello Stato di Israele, che deve essere interrotta.

Ma se Israele non metterà fine all’occupazione dei territori palestinesi non ci sarà via d’uscita, sostengono Bassam e Rami: ci saranno altre Smadar, altre Abir, altre morti, vendette, rappresaglie, altre guerre, il disconoscimento dell’umanità dell’altro, la spirale dell’odio e della violenza avvitata inesorabilmente, senza fine.

Bassam spiega come l’occupazione condizioni ogni momento della vita: ti priva di ogni prospettiva, non puoi camminare, guidare, andare al mercato, alla spiaggia, senza essere fermato, t’impedisce pure di raccogliere un’oliva dal tuo albero perché è dall’altra parte del filo spinato. Non puoi nemmeno guardare il cielo. “They own the air above and the ground below.” Hai bisogno di un permesso per seminare la tua terra. A sette anni puoi essere prelevato da casa tua e interrogato. Provate a immaginare, proviamo a immaginare.

“I know that it will not be over until we talk each other,” dice Rami, che con sua moglie ritengono Netanyahu il vero responsabile della morte di Smadar.

Netanyahu, i coloni, l’occupazione, i muri. Vendette, rappresaglie, terrore.

Non finirà finché non ci parleremo. Non ci riconosceremo nell’unica strada possibile per vivere in pace.

Finché non verranno abbattuti i muri e spezzata la spirale catastrofica che oggi, ancora più di ieri, conferma la necessità di quella strada.

L’anno che verrà

Fatico a formulare degli auguri scintillanti per l’anno nuovo.

Così brutto questo che si sta chiudendo da non lasciare molto spazio all’immaginazione positiva, ai buoni propositi o, semplicemente, alla speranza.

Guerre proseguite, tragedie rinnovate, infelicità diffuse. Il mondo fuori è un disastro.

Quello personale è stato pieno di preoccupazioni, grandi e piccole, alcune piuttosto comuni, che fanno parte della vita di tutti. Ma ho patito molto la difficoltà che avevo, che ho, a fare progetti per il mio futuro, come se “mi fossi stancata” di farlo. Come se, invece dei sogni, bisognasse occuparsi della realtà che reclama sempre molte attenzioni, che risucchia energie lasciandoci in balia di un presente che arranca.

Per concludere degnamente il 2023 io e Sten, come tanti in questo periodo, ci siamo presi il nostro secondo Covid. Freschi di vaccinazione, evidentemente troppo freschi, prima lui, poi io, dopo un inutile tentativo di sfuggire al contagio separandoci in casa. La sottile linea rosa del test casalingo mi costringerà probabilmente a stare a casa, core a core, e aspettare così l’arrivo del 2024.

Comunque vada questo passaggio dal vecchio al nuovo, insomma, quello che auguro al mondo è di trovare pace, e a noi di continuare a sognare, ridere, danzare.

E a Lula, sì, per lei di auguri scintillanti ne ho tanti. Ma lei lo sa.


Come una funambola

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