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IL GIOVANE KARL MARX, LA RIVINCITA DI UN GRANDE SCONFITTO

A 30 anni dalla caduta del muro, complice l'aggressività del capitalismo globale, non sembra più un tabù professarsi apertamente marxisti. Dal 5 aprile al cinema.

Roy Menarini, mercoledì 4 aprile 2018 - Focus

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August Diehl (50 anni) 4 gennaio 1976, Berlino (Germania) - Capricorno. Interpreta Karl Marx nel film di Raoul Peck Il giovane Karl Marx.

Magari non è uno spettro quello che si aggira per l'Europa e per il mondo negli ultimi anni, e forse è più che altro simile a un morto vivente. Eppure il marxismo, magari con un "neo-" davanti, è una delle correnti di pensiero politico e filosofico più in auge in questo periodo. Filosofi del calibro di Slavoj Zizek o Alain Badiou, che possiamo tranquillamente considerare superstar dell'editoria e del dibattito internazionale, si professano apertamente marxisti, e oggi - a ormai trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino - non è più tabù professarsi tali, anche a causa dell'aggressività del capitalismo globale e l'evidente arretramento delle democrazie occidentali.

Questo clima culturale, dunque, non deve essere stato estraneo alla decisione di mettere in cantiere Il giovane Karl Marx (guarda la video recensione), curioso caso di film storico in costume di produzione indipendente (e internazionale), dove il budget limitato non impedisce la passione biografica.
Roy Menarini

E del resto non è un caso che a trovarsi dietro la macchina da presa sia Raoul Peck, regista militante haitiano che dopo anni di clandestinità cinematografica e militanza documentaristica dirige ora un affresco storico. Nato ad Haiti, cresciuto a Berlino, vissuto in Congo, poi cosmopolita, e ancora ministro della cultura del suo paese, poi spesso negli Stati Uniti, Peck ha una biografia movimentata e coraggiosa, e una filmografia altrettanto imprevedibile. Giusto lo scorso anno, con I Am Not Your Negro, ci aveva riportato la voce e la scrittura di un gigante (da noi poco noto) della narrativa come James Baldwin, intervenendo con forza nel dibattito sul razzismo e la diseguaglianza tra bianchi e neri nella nuova America degli anni Duemila.

In foto una scena del film Il giovane Karl Marx.
In foto una scena del film Il giovane Karl Marx.
In foto una scena del film Il giovane Karl Marx.

Meno consueto vederlo alla regia di un dramma come questo, che però sembra andare all'origine dell'attivismo politico grazie a Karl Marx, verso il quale - e qui torniamo all'aporia di partenza: una figura sconfitta dalla storia che oggi riceve attenzioni sorprendenti - nutre una simpatia indiscutibile. Qui si cela anche la mossa più astuta di Peck e degli sceneggiatori: il racconto di giovinezza. Rappresentando Karl Marx come un rivoluzionario puro, e immergendolo nei furori giovanili, ne viene stemperata la carica più attuale (che sarebbe forse diventata indigesta a una larga fetta di pubblico) per immergerla nel contesto delle ingiustizie ottocentesche dove si trova a operare. È da questo scenario che poi gli spettatori decideranno se - come Peck suggerisce - le motivazioni profonde e le sperequazioni di classe da cui l'attività di Marx e Engels prese forza si ripresentano ancora oggi, o se invece limitare l'efficacia del racconto alla sua storicizzazione.

In ogni caso, anche ad accontentarsi della ricostruzione d'epoca, Il giovane Karl Marx fornisce indicazioni utili ai dibattiti e alle sofferte decisioni del periodo, per esempio intorno alla galassia socialista e alle indecisioni di Proudhon o al ruolo più borghese e dialogante di Engels.
Roy Menarini

E se è vero che talvolta sembra di trovarsi di fronte a "period drama" da piccolo schermo, è anche innegabile che il budget ristretto ha spinto Peck a concentrare tutto l'apparato emotivo e politico sui volti e sui dialoghi, lavorando in set claustrali e privilegiando gli interni. Anche le rivoluziono nascono in una stanza.

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