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fogli consanguinei

Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso. (Fëdor Dostoevskij)

  • Questo è l’ultimo articolo di questo blog. Era cominciata così circa un anno fa (anche se la storia va avanti da circa 15 anni), e questa chiusura ritengo sia il naturale approdo di un lungo percorso digitale dove alcuni temi sono sempre stati ricorrenti: un tensione filosofica legata soprattutto a Nietzsche (uno dei blog si chiamava loltreuomo) e Kierkegaard, un impegno etico derivante dai miei studi umanistici e un disvelamento letterario perché credo che la letteratura sia l’unica forma di verità possibile. Questi tre grimaldelli alla ricerca quasi ossessiva di un principio che potesse essere la chiave per capire il mondo e per dare un senso alla vita. Vi devo dare però brutte notizie: questo principio non esiste.

    Queste passioni e la mia esperienza in rete sono confluiti ora in questo nuovo progetto. Un altro blog direte? Non erano abbastanza quelli precedenti? Le risposte credo siano sostanzialmente due. La prima è di carattere personale, nel senso che è un po’ un mio limite quello di non riuscire a perseguire progetti troppo lunghi (nella vita reale come qui), un po’ perché perdono efficacia nel tempo, un po’ perché vanno ad esaurire lo scopo per cui sono nati (nel bene, hanno raggiunto il loro obiettivo, nel male, esistono solo per riprodurre se stessi).

    La seconda risposta riguarda i mutamenti intercorsi in rete e nel mondo negli ultimi venti anni. Se i primi anni (chi di voi si ricorda di Splinder?) furono segnati da sperimentazioni e promesse libertarie dovute all’impatto della rete sul mondo esterno, negli anni successivi questa energia nuova è stata in parte assorbita dal vecchio sistema culturale ed economico che se ne appropriato per fini commerciali. I temi che anno attraversato le varie piattaforme (i blog, facebook, twitter, instagram ed ultimo tik-tok) negli anni sono passati dalla politica e da una vivace discussione a storie ed modalità espressive più intime e personali.

    Quindi questo nuovo progetto nasce da una nuova necessità: se prima condividevo articoli, video, siti che ritenevo interessanti (chi si ricorda dei links?) come una sorta di proiettore che illuminava nel mare magnum di internet, ora credo che dopo questa abbuffata serva uno spazio più sobrio e originale legato a riflessioni ed a un tempo più lento, per difendersi da un mondo che prosciuga la nostra attenzione in facezie.

    Per chi vuole, per gli altri buona vita.

     

  • Sous une lumière blafarde
    Court, danse et se tord sans raison
    La Vie, impudente et criarde.
    Aussi, sitôt qu’à l’horizon
     
    La nuit voluptueuse monte,
    Apaisant tout, même la faim,
    Effaçant tout, même la honte,
    Le Poète se di  ” Enfin !
     
    Mon esprit, comme mes vertèbres,
    Invoque ardemment le repos ;
    Le coeur plein de songes funèbres,
     
    Je vais me coucher sur le dos
    Et me rouler dans vos rideaux,
    Ô rafraîchissantes ténèbres ! “

    Sotto una luce sbiadita
    gira, danza, corre a caso,
    chiassosa e impura la Vita.
    Così, quando, voluttuosa,

    sale Notte all’orizzonte
    e la fame infine acquieta,
    e tutto annulla, anche l’onta,
    “Oh!, finalmente! – il Poeta

    In me vertebre e mente
    gridan pace ardentemente.
    Invaso da sogni funebri,

    mi sdraierò sulla schiena,
    m’avvolgerò nelle vostre tele,
    o refrigeranti tenebre”.

    Charles BaudelaireLe fleurs du mal

  • Questi giovani australiani sono veramente bravi. Li ho scoperti da poco, hanno buona tecnica e un ottimo sound, ovviamente sono un po’ acerbi e sulle parti vocali qualche dubbio ce l’ho, ma vanno supportati. Anche perché non è che il rock se la passi proprio bene.

    Comprate il disco come me. E’ bello possedere qualcosa e non solo ascoltarlo in streaming.

  • Camminando lungo il fiume, dopo cinque minuti fummo al bagno pubblico, e quando un po’ più tardi ritornammo a casa ci sentivamo tutti e due rinfrancati. Stappammo il vino e cominciamo a berlo sulla veranda.

    • Watanabe, puoi portare un altro bicchiere?
    • Certo, ma per che cosa?
    • Noi due adesso faremo a Naoko un funerale come si deve, – disse Reiko. – Né squallido né triste.

    Portai il bicchiere a Reiko che lo riempì fino all’orlo e lo posò su una lanterna di pietra nel giardino. Poi si sedette sulla veranda, prese la chitarra che era appoggiata ad un pilastro e si mise a fumare.

    • Avresti anche dei fiammiferi? Possibilmente di quelli grossi.

    Andai a prendere una scatola di fiammiferi da cucina e poi mi misi a sedere accanto a lei.

    • puoi mettere lì in fila i fiammiferi, uno per ogni canzone che suono? Da questo momento suonerò fino a che non cadrò esausta.

    Iniziò con Dear Heart di Henry Mancini, che suonò con grande grazia e delicatezza. – L’hai regalato tu a Naoko questo disco, vero?

    • Si, per Natale di due anni fa. Lei amava questa canzone.
    • Anche a me piace tanto. È bella e poi è così dolce, – e così dicendo Reiko riaccennò ad un pezzetto della melodia di Dear Hearte poi bevve un po’ di vino.  – Che dici? Quanti pezzi riuscirò a suonare prima di essere completamente ubriaca? Non è affatto triste questo funerale, vero?

    Poi Reiko passò ai Beatles suonando, una dietro l’altra, Norwegian Wood, Yesterday, Michelle, Something, Here Comes the Sun (che cantò anche) e The Fool on the Hill. Allineai sette fiammiferi.

    • Fanno già sette, – disse Reiko, sorseggiando il vino e fumando una sigaretta. – Questi tizi sì che capivano tutta la tristezza e la dolcezza del vivere.

    Hatsumi incrociò le braccia, e chiudendo gli occhi si abbandono nell’angolo del sedile. I suoi piccoli orecchini d’oro oscillavano seguendo il movimento dell’auto e a tratti scintillando. Il suo vestito midnight blue sembrava fatto su misura proprio per quell’angolo buio nel sedie posteriore di un taxi. Le sue labbra dalla forma graziosa e dalla tinta delicata avevano ogni tanto un movimento impercettibile come chi esita a pronunciare ad alta voce un pensiero. Guardandola sentivo di capire perché Nagasawa la preferiva a tutte le altre. È vero che al mondo c’erano molte ragazze più belle, molte delle quali Nagasawa avrebbe potuto facilmente far sue. Però c’era in Hatsumi qualcosa che ti entrava nel cuore, e questo era un effetto che lei non si sforzava in nessun modo di raggiungere. Irradiava una forza tenue, impercettibile, eppure capace di trasmettere una vibrazione nell’altra persona. Fino a quando il taxi non arrivò a Shibuya restai ad osservarla, cercando di decifrare quella vibrazione che Hatsumi riusciva a suscitare nei miei sentimenti. Però non ci riuscii.

    Fu solo dodici o tredici anni dopo che tutt’a un tratto mi si chiarì di colpo cosa fosse. Mi trovavo a Santa Fe, in New Mexico, per fare un’intervista ad un pittore, e verso sera ero entrato in una pizza house, bevendo una birra e mangiando una pizza, me ne stavo a guardare un tramonto di miracolosa bellezza. Tutto il mondo si era tinto di rosso: non solo le mie mani, il mio piatto, ma qualsiasi cosa, fino dove l’occhio poteva arrivare, ne sembrava imbevuta. Era un rosso talmente brillante come se tutto il mondo fosse stato intinto nel nettare di qualche straordinario frutto esotico. E nel centro di quel tramonto di una bellezza sa levare il respiro, di colpo fui assalito dal ricordo di Hatsumi. Fu solo in quel momento che capii cos’era quel rimescolio nel cuore che mi procurava la sua presenza. Era una fantasia d’amore infantile, mai appagata e forse inappagabile per l’eternità. Quella pura, infiammata passione l’avevo relegata nell’oblio ormai da tempo immemorabile, e fino a quel momento ne avevo completamente cancellato l’esistenza.

    Versi le tre e mezzo Midori disse: – E’ ora che vada, ho appuntamento con mia sorella a Ginza -. Arrivammo fino alla stazione della metropolitana e lì ci separammo. Al momento di salutarci Midori  mi infilò nella tasca del giaccone un foglio di quaderno piegato in quattro dicendo: Leggilo quando sarai tornato a casa. Lo lessi sul treno.

    Ti scrivo mentre tu sei da qualche parte a comprare la Coca-cola. È la prima volta in vita mia che scrivo una lettera a qualcuno seduto accanto a me su una panchina. Ma se non facessi così dubito che riuscirei a farti arrivare quello che ti voglio dire. Perché tu non ascolti niente di quello che dico, prova a dire che non è vero.

    Se può interessarti, oggi tu hai fatto una cosa molto grave nei miei confronti. Non ti sei neanche accorto che ho cambiato pettinatura. Piano piano, con sacrificio, avevo aspettato che mi crescessero i capelli e lo scorso week-end finalmente mi sono fatta fare un taglio femminile. Ma tu non ci hai fatto neanche caso. Ero così sicura di essere carina nella mia nuova pettinatura che non vedevo l’ora di farti una sorpresa, tanto più che era la prima volta che ci vedevamo dopo tanto tempo. E tu non te ne sei nemmeno accorto! Ti rendi conto di che vuol dire? Figuriamoci, se è per questo probabilmente non sapresti neanche dire come ero vestita. Ma guarda che io sono una donna. Per quanti pensieri tu possa avere, potresti almeno degnarmi di uno sguardo. Sarebbe bastato poco. Se solo mi avessi detto, non dico tanto, qualcosa tipo “Carina, questa pettinatura”, ti avrei lasciato fare come volevi, immergerti nei tuoi pensieri quanto volevi.

    Perciò sto per dirti una bugia. Ti dirò che ho un appuntamento a Giza con mia sorella. Non è vero. Pensando di restare stanotte a dormire da te mi ero portata perfino il pigiama. Sì, se lo vuoi sapere nella mia borsa ci sono pigiama e spazzolino da denti. Mi viene da ridere, se penso a quanto sono cretina. A te l’idea di invitarmi a casa tua non ti ha sfiorato nemmeno. Ma non importa. Visto che ci tieni tanto a startene da solo fregandotene altamente di me, rimani pure da solo e pensa a tutti i tuoi problemi quanto vuoi senza nessuna interferenza da parte mia.

    Il guaio è che non riesco nemmeno ad avercela con te. Mi sento soprattutto sola. In fondo sei sempre così gentile con me mentre io per te non ho fatto niente. Tu sei sempre chiuso nel tuo mondo e ogni volta che io provo a bussare e a chiamarti tu mi lanci al massimo un occhiata e subito ti richiudi in te stesso.

    Eccoti che torni con la Coca-cola. Vieni verso di me tutto sprofondato nei tuoi pensieri. Quanto vorrei che inciampassi! Ma non inciampi, ti siedi accanto a me come prima e bevi la tua Coca. Avevo un residuo di speranza che tornando notassi qualcosa e dicessi: “Dì un po’, ma hai cambiato pettinatura?” invece niente. Se te ne fossi accorto anche in ritardo avrei strappato questa lettera e ti avrei detto: “Dai, andiamo a casa tua. Ti cucinerò una cena favolosa e poi andremo a letto felici e contenti”. Ma tu sei ottuso come un pezzo di legno. Sayonara.

     

    P.s. La prossima volta che ci vediamo a lezione evita di rivolgermi la parola.

     

    Tratto da Norwegian Wood di Haruki Murakami

  • Per essermi mostrato troppo esigente con il comandante della nave che mi trasportava fui sbarcato su un’isola deserta. Mi dettero cibo per quindici giorni o quindici anni, armi e munizioni, e tra i passatempi della nave mi consentirono di prendere un libro e un disco. Scelsi il Don Chisciotte e l’Orfeo. Converrà spiegarne il perché. Avrei vissuto solo, e in pace, se possibile. Avrei avuto molto lavoro e poche distrazioni. Dunque, quale miglior libro del Don Chisciotte, che fa ridere e ha una Dulcinea inesistente, e dell’Orfeo, che fa piangere e ha un’Euridice morta? Con questa deliberata assenza avrei popolato le mie interminabili notti.

    Vissi così sull’isola deserta. Non so quanto, ma più di quindici giorni e meno di quindici anni. Non arrivai a percorrere tutta l’isola, ma so che era deserta, altrimenti non mi ci avrebbero sbarcato. Persi la parola per l’abitudine di non parlare, e con ciò regalai al mondo un po’ di silenzio. Oltre al canto degli uccelli e al ruggito di una bestia feroce non si udiva sull’isola altro che gli appelli disperati di Orfeo e le risate di Sancio Panza. Don Chisciotte, lui, passeggiava tutte le mattine lungo la spiaggia odorosa di alghe e di sale, sempre più magro, a cavallo delle ossa di Ronzinante. Di notte saliva su un’alta roccia e se ne stava a contare le stelle. Infilato al braccio sinistro teneva l’elmo di Mambrino, girato al contrario per offrire rifugio al piccolo uccello che vi si era abituato a dormire. Con la lancia nella destra, Don Chisciotte vegliava sul sonno dell’uccellino. Ogni tanto mandava un sospiro. Non riuscii a chiedergli per quale ragione sospirasse, perché nel frattempo ero arrivato alla fine del libro.

    Vivemmo tutti e quattro in buona pace sull’isola deserta. Un giorno si arenò sulla costa una grande cassa. Mentre l’aprivo, si raccolsero attorno a me i miei compagni. Non vi restarono a lungo: videro subito che dentro non c’era né Euridice, né Dulcinea, e neppure una botticella di vino. Ciascuno tornò alla sua vita, mentre io mi scervellavo per capire che cosa fosse quella roba. Aveva luci che si accendevano e si spegnevano e sembrava respirare. Solo più tardi, quando la vita sull’isola cominciò a modificarsi, scoprii che si trattava di un computer, cervello elettronico o qualcosa di simile. Onnisciente, non io, la macchina, è chiaro. Era comunque una compagnia. Il peggio fu che la nostra bella anarchia finì. Orfeo poteva piangere solo in certe ore, l’uccellino di Don Chisciotte fu accusato di trasmettere la psittacosi, e Sancio Panza dovette mettere da parte i proverbi e imparare l’inglese. In un certo senso, da questi e da altri cambiamenti traemmo giovamento, ma si insinuò in tutti noi un’inquietudine che era quasi una malattia e che il computer non seppe curare. Fu questa, se ben ricordo, la sua unica dimostrazione di ignoranza.

    Quello che il computer fece di me non è bello dirlo. Mi provò che mi ero ingannato su tutto quel che era stata la mia ragione di essere e di sentire. Che, al contrario, il comandante nella nave aveva avuto mille motivi per sbarcarmi, e che l’isola deserta non era tale perché lui, computer, stava lì. Che l’uomo è solo un bell’aneddoto anche quando piange, soffre, ride o sogna.

    Di modo che morii. Il computer sta ancora lì. Ma io ho grandi speranze. Se Dulcinea prende corpo ed Euridice risuscita, questo mondo forse può ancora diventare abitabile.

    Josè Saramago Di questo mondo e degli altri